
Un appuntamento che dovrebbe rappresentare il cuore della comunità, un rito capace di unire fede, tradizione e musica, si è trasformato in una celebrazione ridotta all’essenziale. È questo il rammarico espresso dal musicologo e ricercatore Pierfrancesco Galati, da anni studioso della tradizione bandistica pugliese e delle feste patronali del Mezzogiorno, a proposito della festa di San Gregorio Magno a Manduria.
Galati osserva con amarezza come, ancora una volta, una città dalla storia e dalle risorse così significative non riesca a dare il giusto valore al proprio patrono. «Luminarie quasi inesistenti, nessuna scenografia capace di restituire lo splendore di un tempo, una sola cassarmonica montata più per dovere che per reale volontà di costruire un programma musicale», spiega il musicologo, sottolineando come il gesto sia stato comunque un atto di rispetto verso le bandicelle locali, ma insufficiente a rendere giustizia alla tradizione.
Eppure Manduria non è un piccolo borgo periferico: è città messapica dalle origini antiche, custode di un patrimonio archeologico e artistico straordinario, oltre che capitale del Primitivo, un vino conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. «Un centro con tali risorse economiche e culturali – afferma Galati – potrebbe organizzare una festa patronale capace di coniugare fede, musica e tradizione».
Il richiamo del musicologo va oltre la semplice critica: si tratta di un invito a riscoprire il significato profondo delle feste patronali, che nel Sud non sono mai state meri intrattenimenti. «Le luminarie erano architetture di luce che trasformavano le strade in cattedrali a cielo aperto – ricorda – e le bande da giro, con i loro concerti nelle piazze, portavano Verdi, Donizetti, Mascagni e Puccini davanti a un pubblico vasto e partecipe. A Manduria, con direttori del calibro di Lacerenza, Alise, Ligonzo, Ciervo e Cammarano, queste tradizioni hanno avuto una storia gloriosa».
Oggi, invece, di quella ricchezza resta solo un’ombra. Una città di quasi 30 mila abitanti, con un’economia vitale, non può accontentarsi – sostiene Galati – di un “compitino”, di una festa al risparmio, «senza orgoglio e senza visione».
La riflessione è dura ma lucida: trascurare le feste patronali significa rinunciare a un pezzo della propria memoria collettiva, privarsi di un momento in cui la comunità si riconosce e si racconta. «Manduria meriterebbe ben altro: una festa luminosa, viva, che unisca fede e cultura, che attragga visitatori, che educhi le nuove generazioni alla bellezza della tradizione bandistica e che restituisca ai cittadini l’orgoglio di appartenere a una storia comune».
Il rischio, conclude Galati, è quello di smarrire l’identità stessa della città, lasciando spazio a un’immagine povera e dimessa, ben lontana dal prestigio che Manduria potrebbe e dovrebbe mostrare.
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1 commento
Gerardo
oggi, ven 29 agosto 07:00 rispondi a GerardoIl comitato S.Gregorio non e' piu' in grado di organizzare la festa patronale , se poi aggiungiamo l' avarizia dei commercianti.......