Domenica, 14 Agosto 2022

Gli articoli

Le difficoltà affrontate lungo il suo percorso e il progetto “Drag Queen Story Hour”

Parla Cristina la Drag Queen madrina del primo pride manduriano

Cristina Prenestina Cristina Prenestina © La Voce di Manduria

Cristina Prenestina, Francesco all’anagrafe, sarà la «fata madrina» del Manduria Pride 2022. Grottagliese di nascita ma residente a Roma, racconta in quest’intervista targata LaDora, com’è nata la Drag Queen, Cristina Prenestina, le difficoltà affrontate lungo il suo percorso e il progetto “Drag Queen Story Hour” che, con entusiasmo, ha portato in Italia. Conosciamoli meglio!

Come ti trovi a Roma? Ti manca la tua città natale, Grottaglie?

Roma per me è la città delle contraddizioni. La ami e la odi, è frenetica, caotica, devastante, ma non ne puoi fare a meno. Per quanta energia ti possa togliere, la bellezza che ti regala non è paragonabile a null’altro. Non parlo solo della bellezza estetica dei monumenti e opere d’arte. Parlo della ricchezza della sua diversità. Grottaglie mi manca. Ci sono cresciuto, c’è tutta la mia famiglia. Torno tutte le volte che posso a ricaricare le batterie, sapendo che lì c’è il mio porto sicuro. 

Com’è nata Cristina Prenestina?

Cristina nasce 8 anni fa per caso. Non c’era mai stato in me il desiderio di fare la Drag Queen. Anzi, respingevo e non capivo quel mondo, credo si trattasse di una sorta di omofobia interiorizzata. Il mio migliore amico, invece, sognava di fare la Drag Queen sin da bambino, veniva a casa mia, si truccava e vestiva, per ballare nel corridoio. Un giorno dimenticò le sue scarpe col tacco per caso da me. Nella solitudine di quella stanza decisi di provarle. Faceva un male cane e camminare era impossibile. Da quel momento si aprì un moto di ammirazione. Iniziai a considerarlo non più uno stupido capriccio: c'era qualcosa di più  per sottoporsi ad una tortura del genere. Un giorno, per caso, ci proposero di esibirci in un locale, ma lui era troppo timido e da solo non ci sarebbe mai andato, avrebbe rinunciato al suo sogno. Decisi di accompagnarlo. Così è nato il duo Spice Bomb: Cristina Prenestina e Renèe Coppedè. I cognomi derivano dai quartieri di Roma dove abitavamo. Volevamo raccontare Roma e le sue contraddizioni.

La tua famiglia come ha reagito al tuo desiderio di diventare Drag Queen?

Molto bene. Quando mi fu proposto per la prima volta di fare la Drag Queen vivevo già da 2 anni a Roma e avevo già fatto il mio coming-out da ragazzo omosessuale con la mia famiglia. In un primo istante ho avuto paura che la mia famiglia potesse fraintendere questa mia nuova passione verso l’arte Drag. Ma se c’è una cosa che non vorrei mai nella vita è tenere nascosto qualcosa di importante di me alle persone che amo. Ho deciso di raccontare tutto, spiegando bene di cosa si trattasse e invitando tutta la mia famiglia ai miei spettacoli. Devo dire che oggi, dopo 8 anni, la mia mamma e il mio papà sono i miei più grandi sostenitori.

Ti sei mai sentita discriminata, esclusa, “messa da parte” dai tuoi coetanei per questa scelta? Qual è stato il paese, in Italia, più ben disposto ad accoglierti, secondo la tua esperienza?

Da piccolo forse. Sono stato un bambino e adolescente obeso dai modi definiti effeminati. Sapevo di essere “diverso” e temevo di essere sbagliato per questo. Sono stato bullizzato. Quando si è piccoli, in una realtà di provincia, non essere uguali alla massa crea discriminazione. Crescendo ho imparato sempre più che diverso significa UNICO. Ho apprezzato il valore della mia diversità. 

Non so se c’è una città più o meno aperta e predisposta al valore della diversità, ma sicuramente quello che ho potuto notare nei mei 34 anni di vita è che la grande differenza la fa la città rispetto al paese di provincia. Nelle piccole realtà purtroppo spesso è più difficile essere se stessi.  

Cosa significa essere Drag Queen nel 2022? Ci riveleresti un must e un mustn’t per chiunque voglia iniziare drag?

In una società maschilista ed eterosessista che esalta la visione machista, del maschio virile, un uomo che veste abiti femminili, diventa il gesto politico, rivoluzionario, che rompe quella campana di vetro dello stereotipo dove aleggia la cappa tossica di genere. Credo che sia doveroso, da parte di noi Drag Queens, di non fermarci alla mera immagine, ma di andare oltre. Siamo detentrici di un messaggio, diveniamo bandiera di lotta e rivendicazione ed è giusto ribadirlo in ogni istante, luogo e situazione, anche in discoteca. Anche il mio nome ad esempio. Volevo far riferimento ad un personaggio con una storia alle spalle. Tra tanti, mi ha sempre colpito Cristina di Svezia, regina che rinuncia al trono pur di non sposarsi e che viene in Italia per vivere la sua omosessualità liberamente. Girando l’Italia ho potuto constatare che il livello artistico delle Drag è altissimo. Il problema è che l’ambiente è diventato un po’ troppo glamour dimenticando quello che doveva essere il messaggio di Stonewall: il movimento nasce da una travestita che si ribella. Il ruolo del travestito nella lotta ai diritti LGBTQIA+ è un ruolo chiave, centrale, ma ce lo dimentichiamo. Abbiamo una responsabilità maggiore.

Chiedendoti di fare un po’ di introspezione, ci sapresti dire quanto c’è di Cristina Prenestina nella tua vita di tutti i giorni?

Cristina e Francesco sono due entità che coabitano lo stesso corpo, uno lascia il posto all'altra. Francesco "partorisce" Cristina con due ore di trucco, con tutto un rituale, ogni volta. Cristina ha una identità da 8 anni, ha un suo profumo che metto sempre per lasciare la sua entità. Poi Francesco "uccide" Cristina quando comincia a struccarsi. Una sorta di rituale dove le 2 entità non si incontrano mai pur facendo parte l’una dell’altra.

Credi che le Drag Queens e gli artisti Drag in genere siano ben rappresentati in Italia? Consideri, ad esempio, vantaggioso l’approdo di un programma come Drag Race nel nostro Paese?

Credo che negli ultimi anni l’arte Drag sia sempre meglio rappresentata. Per anni siamo state fenomeno da baraccone, una sorta di giullare di corte, una macchietta. Il fenomeno mainstream della tv con le drag queen ha indubbiamente raccontato un mondo nuovo, con tutti i suoi retroscena: non più figure rilegate al mondo della notte, ma veri e propri performers esperti nel make-up, nel ballo, nel cucito… Questo ha permesso di sviluppare una curiosità comune che ha spinto sempre più il pubblico nella ricerca di nuovi personaggi dando spazio anche a me ad esempio. Non so se senza Drag Race avrei avuto tutto questo spazio.

Hai proposto in Italia il progetto “Drag Queen Story Hour”: raccontare fiabe ai bambini cercando di abolire, partendo dai più piccoli, alcune dinamiche della società patriarcale, educandoli, inoltre, alla diversità e all’inclusione. Hai trovato qualche difficoltà nel portare avanti questo tuo progetto? Come le hai superate? E i bambini come si sono approcciati a questa fantastica e importante iniziativa?

Il mondo dei bambini è fatto di fantasia, come quello delle Drag Queen in fondo. Non mi sono inventato nulla perché l'iniziativa è nata a San Francisco anni fa, arrivando poi in diversi paesi europei. Il governo svedese finanzia direttamente il progetto con lo scopo di promuovere e sensibilizzare tematiche di integrazione accettazione. Avendo io sposato uno svedese, ho avuto modo di conoscere direttamente le Drag Queens che portavano avanti questo progetto a Stoccolma ed ho pensato che fosse interessante farlo anche in Italia. Per dare una speranza a quel bambino che pur sentendosi diverso, non cresca nella paura di essere sbagliato. Le difficoltà maggiori le ho trovate in alcune istituzioni che non credevano abbastanza nel progetto o che per timore delle eventuali critiche preferivano bocciarlo a priori. Per fortuna nel 2019 ho trovato il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli senza il quale il progetto non sarebbe mai partito e non avrebbe mai avuto il successo e l’evoluzione avuta negli anni successivi. Nel 2020 il comune di Roma ha dato il patrocinio al progetto. Mi reputo fortunato perché le famiglie, i bambini che aderiscono al progetto mi hanno sempre accolto con grande entusiasmo, affetto e curiosità. È importante raccontare loro fiabe nuove, che promuovono nuove narrazioni ed immaginari. Le favole raccontano una società, ma le favole del passato raccontano una società patriarcale, promuovono modelli di differenza di genere che non possono più rispecchiare le società di oggi. Bisogna raccontare il cambiamento, la diversità come valore, l'uguaglianza e l'equità come diritto. Se qualche adulto finge di non vedere il cambiamento e vorrebbe riportare l'Italia indietro anni luce, allora gli farebbe bene ascoltare qualche favola nuova.

La Dora


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