La droga e la morte blu - VIII episodio de Le mie anime senza nome

Quella sera c’era solo una macchina ferma, era buio e da lontano sembrava essere vuota

Nazareno Dinoi Le mie anime senza nome
Manduria - domenica 29 agosto 2021
Le mie anime senza nome
Le mie anime senza nome © La Voce di Manduria

Premessa

PERCHÉ ANIME SENZA NOME...

Una sera, tornando in macchina da un convegno, discutevo con una collega, Daniela, sulla inevitabile compromissione emotiva che si prova di fronte alla morte di qualcuno. Notai che la mia amica - che lavora in un reparto di rianimazione pediatrica - parlava dei suoi pazienti deceduti chiamandoli per nome.

Ognuno di loro aveva un nome, ogni nome un ricordo e per ogni ricordo cattivo, ce n'era qualcuno buono. Sempre. Il giorno del compleanno, i lisci capelli, i giocattoli, i sorrisi, il modo di parlare, i parenti, i racconti. Insomma, le piccole cose che possono allietare, per quanto possibile, la vita di un reparto dove la fine della vita è sempre in agguato.

Mentre parlava dei suoi pazienti morti, alternando momenti tristi a momenti di teneri, gioiosi, pensai ai miei tanti pazienti che avevo visto soffrire e dissi, quasi senza rendermene conto: “da noi invece si muore senza nome”.

Che cosa tremenda -, pensai, non riuscendo più a seguire le parole della collega. “Da noi si muore senza nome” - mi ripetevo. Morire e non essere più nessuno. Non esserlo mai stato per noi, ultimi testimoni di quella fine senza altri ricordi se non quell’unico attimo estremo in cui la vita è volata da loro via.

In pronto soccorso, sulla strada o a domicilio, l’emergenza non ha tempo e non ti dà tempo. Il nome, poi, è una cosa che non serve proprio. Quando tutto è finito ti trovi a guardare “uno" o “una” che è morto, un’anima senza nome. Cosa ti può rimanere allora di quei momenti, se non la solita sconfitta? Quali pensieri potranno mai compensare, seppure per poco, il triste attimo in cui la vita non c’è più? Da quali ricordi puoi trarre un seppur esile senso di serenità come poteva provarlo la mia collega? Di quel corpo senza più vita ti rimangono solo gli ultimi suoi momenti, i peggiori. L’unica cosa che ti resta di quelle anime perse è la devastazione delle loro carni, le sofferenze delle loro membra, l’estremo limite del loro corpo. Di quegli istanti ti rimane solo il ricordo della morte, di una morte senza nome.

Queste considerazioni le facevo quando il libro era quasi in stampa. Mi accorsi solo allora che i pazienti dei miei racconti, tranne alcuni, non avevano un nome. Ricorai ancora che per rievocare con qualche collega qualcuno dei nostri sfortunati “pazienti di un attimo”, usiamo dei riferimenti del tipo: quello del buco in faccia, quello della fucilata in testa, oppure quel bambino capitato sotto le ruote, quello senza più occhi e così via.

È stato così che decisi di cambiare il titolo al mio libro che originariamente era “Storie di straordinaria emergenza", perché non mi soddisfaceva più.

Sotto la nuova ottica di questa assoluta depersonalizzazione dei miei interpreti, il vecchio titolo mi sembrava inadeguato e poco significativo. Con esso l’unica protagonista sarebbe stata lei, la morte. Volevo invece dedicare di più ai miei pazienti e meno ai fatti in cui loro comparivano. Decisi allora di intitolare il lavoro come la frase inattesa di quella conversazione in auto: le anime senza nome. A loro, più di tutti dedico questo lavoro.

Nazareno Dinoi

 

Avvertenze. I racconti descrivono fatti realmente accaduti, alcuni nomi, luoghi e le caratteristiche individuali dei protagonisti sono stati alterati per non turbare l’altrui vita privata.

Tutti gli episodi narrati risalgono al periodo pre-118 per cui il soccorso in ambulanza veniva assicurato da un solo infermiere e dall’autista.

Chi è l’autore

Nazareno Dinoi è nato a Manduria nel 1957. Come infermiere ha sempre lavorato nell’emergenza-urgenza. Dal 1985 al 2003 al pronto soccorso poi nel 118 sino ad oggi. E’ istruttore Irc di Bls e Pbls (manovre rianimatorie adulto e pediatrico) e ha conseguito il titolo di Emt (tecnico di emergenza medica, specializzazione nell’assistenza avanzata nelle emergenze cardiache, traumi, ennegamento).

E’ anche giornalista. Ha scritto per diverse testate anche nazionali: Avvenimenti, Ultime Notizie, Scenario, Emergency Oggi, Tutto Sanità, Panorama, Giallo, Corriere del Mezzogiorno, Corriere della Sera, Di Più, La Repubblica. Attualmente è corrispondente con contratto del Quotidiano di Puglia e dirige il quotidiano online e cartaceo, La Voce di Manduria.

Ha scritto cinque libri: Kompagni di sogni – I maoisti a Manduria, un racconto d’amore (ed. Del Grifo), Dentro una vita – I  18 anni in regime di 41 bis di Vincenzo Stranieri (ed. Reality Book), Sarah Scazzi – Il pozzo in contrada Mosca, cronaca di una storia mai scritta (ed. Barbieri Selvaggi), L’altarino di Pilato – La scelta di Liuba (ed. Nurse24.it). Le mie anime senza nome, è la riedizione di Anime senza nome (ed. AniartiCoop). 


 

VIII episodio - La droga e la morte blu

La droga fa male. È talmente scontata questa frase da essere retorica. È stato detto tutto sui suoi devastanti effetti. Ti consuma il cervello, ti cambia, annulla la tua personalità e tanto altro ancora.

Si fa fatica a parlare bene dei drogati. Sono socialmente improduttivi, inaffidabili, fanno paura. Per procurarsi la droga sono capaci di tutto, si vendono l’anima, ingannano chiunque, amici, fratelli, genitori. Diventano furbi, a volte anche cattivi. Ma non è colpa loro, semplicemente non sono più loro.

Ho visto giovani completamente distrutti dalle droghe. Molti di loro non ce l’hanno fatta, tutti inconsapevolmente dominati dalla “bestia”. Col mio lavoro le occasioni non sono mancati e non mancano per conoscerne molti di drogati. Chi lavora in questi ambiti sa che prima o poi verranno a chiederti una siringa, meglio se per insulina, o dell’acqua fisiologica oppure di una fiala di qualsiasi farmaco che una volta svuotata del suo contenuto utilizzeranno per riscaldare la roba. Accadrà anche che verranno perché stanno male: crisi d’ansia, d’astinenza, overdose.

Ricordo la prima volta che ho visto risuscitare un giovane che sembrava essere morto. Era stato portato in pronto soccorso dal solito passante “che si trovava lì per caso” (quasi sempre sono compagni di sventura).

Era cianotico, la sua pelle era completamente blu, sembrava ormai morto. Non respirava proprio più. Il volto disegnava l'orribile smorfia di chi muore soffocato: narici dilatate, i muscoli del collo incredibilmente tesi in un tentativo estremo di catturare aria, le palpebre semichiuse che lasciavano intravedere la pupilla dalla forma caratteristica a punta di spillo. Avrei imparato in seguito l'importanza di questo caratteristico segno. Il restringimento dell’iride non è altro che l’effetto della droga, mentre la sua dilatazione indica che l’arresto respiratorio dura da così tanto che le cellule cerebrali, le prime ad essere danneggiate dall’assenza di ossigeno, sono già progressivamente morte.

L’altro infermiere che era con me in turno fece appena in tempo ad infilare l’ago in una vena del braccio ed iniettare una miracolosa sostanza quando il giovane, come per miracolo, cominciò a muoversi, a respirare e di lì a pochi minuti, forse secondi, era pronto a scappare via con straordinaria energia già in preda alla ”scimmia” (i dolori da astinenza).

Naloxone cloridrato, nome commerciale Narcan, era questo il portentoso antidoto che era stato usato per annullare gli effetti della droga. Mi fu spiegato che il rapido meccanismo d’azione del farmaco era dovuto al fatto che le sue molecole si legano a particolari ricettori del sistema nervoso liberandoli così dalla morsa letale delle molecole della droga con le quali in precedenza erano stati collegati. Da allora imparai a trattare questi particolari pazienti anche nelle estreme conseguenze del loro “vizio”.

Capì che il primo trattamento da fare era quello di assisterli dal punto di vista respiratorio. Manovre per la pervietà delle vie aeree, efficace ventilazione e continuare così sino a quando non agisce il miracoloso Narcan. In pochissimo tempo, salvo eccezioni, i pazienti così trattati saranno pronti a ripercorrere la loro dannata strada.

Tra tanti di loro che ho conosciuto nella mia lunga carriera nell’emergenza, mi torna spesso in mente un ragazzo di Sava che aveva iniziato a drogarsi da giovanissimo. In quel periodo eravamo noi del pronto soccorso a distribuire il metadone a chi tentava la strada della disintossicazione, così si instauravano rapporti con molti di loro.

Erano sempre gli stessi che tornavano ciclicamente a sfruttare il ciclo di metadone, raramente con successo. Questo ragazzo di Sava riuscì a farcela, non tornò più e seppi che si era sposato e che aveva ripreso a lavorare nell’azienda di famiglia, un’impresa molto affermata. Lo incontrai diverse volte in seguito per problematiche di diversa natura, piccoli infortuni suoi o degli operai alle sue dipendenze, o per altri malanni. Seppi così che aveva avuto dei figli. Insomma, era riuscito a sconfiggere quel male.

Una sera ci chiamarono per soccorrere una persona che si era sentita male in macchina. Il punto indicato da chi ci allertò mi fece subito intuire qualcosa. Era un luogo alla periferia della città solitamente frequentato da coppie in cerca di intimità o da tossicodipendenti.

Quella sera c’era solo una macchina ferma, era buio e da lontano sembrava essere vuota. Ci avvicinammo con la torcia elettrica, non si vedeva ancora nessuno all’interno, ma non era così. Quando aprimmo la portiera vedemmo il corpo di un uomo disteso sul sedile posto guida che era stato ribaltato. Aveva ancora il laccio attorno al braccio. Era lui. Tentammo di rianimarlo ma non ci fu niente da fare, era passato troppo tempo dall’arresto respiratorio. La bestia era tornata ad assalirlo e ancora una volta aveva vinto lei. Forse aveva ricominciato proprio quella sera a bucarsi di nuovo usando la stessa dose che ricordava d’iniettarsi quando il suo organismo era assuefatto a quelle quantità. Troppa per un organismo che si era ormai disabituato. Lo ricordo sempre quello sfortunato giovane padre.


 

Continua sotto a leggere gli episodi precedenti. Il prossimo, domenica prossima

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Prologo

Tutto mi sarei aspettato, da ragazzo, tranne che fare per professione quello che faccio: l’infermiere.

Infermiere. Uno di quei mestieri sicuramente mai entrato nei miei sogni di fanciullo e neanche più in là con gli anni quando, un po’ più maturo, cominciavo ad immaginare un futuro produttivo per la società e per me stesso. L’infermiere.

Io, che avevo terrore del dolore, del sangue e che alla sola vista di scene violente rabbrividivo convinto di dover vedere da un momento all’altro l’improvvisa ed orrida fuoriuscita di quello che abbiamo dentro. Era questo che mi angustiava. L’interno di un uomo, le sue viscere, la carne scoperta, le ossa, non ne parliamo il cervello, che schifo!

Questa particolare fobia si è riflessa nelle mie abitudini alimentari. Non ho mai mangiato sostanze parenchimatose o filamentose come fegato, cervello, intestini e così via. L’unica carne che mangiavo (e che mangio tuttora) deve essere assolutamente scevra di grasso, nervi e, soprattutto, di vasi sanguigni.

L’atavica paura della morte.

Da bambino, come per tutti i miei coetanei, le uniche nozioni sul corpo umano (a parte le naturali autoesplorazioni), erano quelle apprese a scuola durante le lezioni di educazione fisica o di scienze: le ossa, i muscoli, gli organi interni. Che già a vederli sui libri mi facevano senso.

Allora concetti come il dolore, la malattia, la morte, facevano parte del fantastico mondo della celluloide: i film. I primi concetti del morire erano quelli appresi al cinema e, forse per questo, ogni idea di morte era legata in qualche modo al dramma, al terrore, alla violenza. In quel mondo fantastico, le storie mitologiche così come Frankenstein, Dracula, e tutte le stregonerie del genere diventavano quindi gli unici teorizzatori della morte e della vita oltre la morte.

La stessa resuscitazione di Cristo ricordo d’averla vissuta sempre con una certa angoscia. Mi sono sempre chiesto, da ragazzo, come mi sarei comportato di fronte alla vista di una persona ritornata dalla morte? Sarei svenuto? Sarei fuggito? L’avrei scoperto, eccome. Perché a volte è accaduto anche questo nel mio straordinario lavoro ed ero io l’artefice di quel prodigio. Ogni volta era una sberla dritta in faccia alla morte.


 

Primo di 14 episodi

Quelle 750 lire

La telefonata arrivò dai carabinieri. Volevano l’ambulanza. “Un bambino è stato investito” a Sava, dissero. Il medico che aveva preso la telefonata mi passò le indicazioni necessarie. Un bambino investito.

Il luogo indicato era lontano circa otto chilometri dall’ospedale. Mentre lo raggiungevamo io e l’autista pensai a quella chiamata. Quando sono i carabinieri a chiedere l'ambulanza avevo sperimentato che o si tratta di un fatto estremamente serio oppure di qualcosa di estremamente inutile. Quasi mai una via di mezzo. Quella mattina qualcosa mi diceva che mi sarei trovato di fronte a qualcosa di veramente serio.

“Qualcuno di noi è già sul posto”, dissero al telefono e già questo non presagiva nulla di buono. “Se sono già sul posto - pensai -, si saranno resi conto della effettiva necessità di un soccorso sanitario”. Evidentemente anche l’autista al mio fianco avvertiva la stessa sensazione perché correva più del solito con la sirena attivata.

Era quasi mezzogiorno e le strade nei pressi del posto indicato erano sinistramente vuote. Altro cattivo presagio.

Da lontano notammo il solito capannello dei curiosi più numerosi del solito che sentendoci arrivare non si scomposero come di consueto. Ancora un ennesimo indizio di sciagura.

Nessuno dei presenti si comportava come solitamente accadeva, nessuno si affannava a darci fretta. Neppure ci guardavano. Tutti erano rivolti con lo sguardo verso un grosso camion con l’alto rimorchio coperto da un telo blu sui cui lati campeggiava una vistosa scritta di una nota marca di pasta.

Scesi dall’ambulanza e con l’autista ci indirizzammo verso il posto dove tutti guardavano. Tra le persone sgomente, silenziose, con gli occhi rossi, intravidi la sventura di quel giorno. Il corpo di un bambino era disteso per terra vicino al camion con la testa immersa in un liquido rosso cupo. Avvicinandomi sapevo che quel liquido rosso era sangue e la parte del bambino che ci galleggiava dentro era quello che restava della sua piccola testa. La grossa e pesante ruota del camion gli era passata sopra.

Avrei voluto fuggire da quell’orrore. Nessuno diceva niente, tutti mi guardavano nell’attesa di vedermi fare l’unica cosa che avrei potuto per quel corpicino senza più vita. Ero stordito. Lo sfacelo di quel genere di trauma non consente nessuna manovra rianimatoria, nessun tentativo di riportare in vita. Ero disarmato, ero inutile. Ci guardammo in faccia io e l’autista e lui capì. Avrebbe pensato lui a prendere il solito lenzuolo bianco dall’interno dell’ambulanza per coprire lo strazio.

Girai intorno lo sguardo sapendo di non trovare occhi in grado di incrociare i miei. Quel silenzio, quell’innaturale immobilità dei presenti mi fece intuire che da un momento all’altro sarebbe accaduto quello che sempre temevo in certe occasioni. E stava per accadere, proprio allora.

Il cerchio di spettatori, impietriti, si allargò improvvisamente e da un punto di esso le persone si allontanarono ognuno da un lato opposto con perfetta sincronia come la coreografia di una parata militare. Si aprì un varco e tra la gente apparve una signora con il grembiule imbrattato di cucina e ai piedi delle curiose pantofole a forma di testa di cane. Era la mamma.

Era la madre di quel corpo martoriato. Era arrivata per ultima, preoccupata forse del ritardo del suo piccolo e dall’insolito silenzio.

Non guardò per terra, si rifiutò di farlo forse di proposito per non scoprire quello che temeva e si lanciò verso la porta d’ingresso del negozio che era proprio alle mie spalle.

Senza mai guardare dalla mia parte, si precipitò all’interno chiamando per nome il suo bambino. Povera sventurata madre. Aveva sperato di trovarlo vicino alla cassa, intento a pagare la pasta appena comprata. Solo dopo, terrorizzata, si diresse verso di me e quel piccolo corpo disteso lanciando un urlo straziante, innaturale, estraneo a quel luogo silenzioso. Il mio autista non era ancora tornato con il lenzuolo, imprecai dentro di me. La donna riconobbe il figlio dai vestiti e, per sua fortuna, svenne prima di arrivare a lui.

La sorressi e pregai i carabinieri di portarla via. Così fecero. Mentre coprivo il corpo con il drappo bianco portatomi dall'autista trafelato che mi guardò come per scusarsi, ebbi il tempo di notare le circostanze di quella tragedia, carpendone i particolari come sempre accade quando “tutto è finito”.

Il bambino era uscito di corsa da quel negozio con in mano il pacco della pasta che la sua mamma gli aveva commissionato. La confezione era ancora intatta. Abitava lì vicino e chissà quante volte aveva fatto le stesse azioni. Era uscito di corsa dal negozio quando l’enorme muro di ferro e gomme gli si frappose all’improvviso costringendolo a fermarsi, impaziente di tornare a casa, forse, pensai, per ricevere il meritato compenso che tutte le mamme promettono ai propri bimbi quando aiutano i grandi.

Era piccolo e non poteva immaginare che il rimorchio, in fase di svolta, gli era già alle spalle sovrastandolo impietoso. Sarà stato un istante, probabilmente quanto gli è bastato per pensare ai rimproveri della mamma per aver buttato la pasta appena comprata che, ironia della sorte, era della stessa marca disegnata sul telone blu del camion.

Il suo corpo avrà sussultato, vibrato per diversi interminabili secondi prima di fermarsi completamente. Lo si capiva dai numerosi schizzi di sangue tutt’intorno. Terribile, pensavo. Il corpo muore dopo il cervello, come nei decapitati. Tutt’intorno per terra erano sparse delle monete, probabilmente il resto della pasta: erano 750 lire. Forse era quella la ricompensa per averci messo poco a comprare la pasta, pensai inorridito.

Raccolsi quelle monete, erano sue e glieli misi in tasca prima di coprirlo del tutto. Osservai la materia cerebrale immersa tutt’intorno nel sangue. Facendomi coraggio, poi, compii un gesto che nessuno avrà capito. Raccolsi con i guanti quelle briciole di innocenti pensieri ancora caldi, i pezzi che si erano staccati dalla massa informe del cervello schizzati lontano e li rimisi al loro posto, uno ad uno. Mi allontanai stringendogli la mano ancora calda.

 


 

II episodio - Tornando indietro alle mie antiche paure 

 

Si nasce o si diventa operatori dell’emergenza? Ci si abitua o si possiede un’innata propensione agli eventi tragici? Si è portati ad avere a che fare con la morte? La risposta in questo episodio.

  

La prova della mia assoluta impreparazione, anche caratteriale, al soccorso, l’ebbi quando avevo 18 anni. Un episodio accaduto a quell’età mi è rimasto impresso tanto da ricordarne tuttora i particolari.

Percorrevamo in auto, io e il mio amico Gianfranco che era alla guida, una strada poco frequentata che collega due paesi dei miei luoghi. Partivamo da Maruggio ed eravamo diretti ad Avetrana attraverso al cosiddetta “Tarantina”. Era una di quelle serate in cui si maledice il fatto di aver preso impegni per cui si è costretti a stare fuori.

Era appena finito un violento temporale e si avanzava con difficoltà per via del manto stradale completamente inondato di fango e terriccio, trascinato dai campi dallo scrosciante acquazzone, che non faceva distinguere i margini della carreggiata. Dopo una delle tante curve, una scena da film si presentò improvvisamente alla nostra vista. Oltre l’ipotetico ciglio stradale che si distingueva a malapena, internata di una ventina di metri nelle campagne, c’era un'automobile rovesciata, per metà immersa nell’abbondante fango. Era già buio e le luci dei fanali rimasti sinistramente accesi rendevano la scena ancora più inquietante. Gianfranco frenò d'istinto e per poco non ci trovammo anche noi sprofondati nel fango perché la macchina virò leggermente a destra. Quando si arrestò dopo un curioso ondeggiamento che ci fece sballottare a destra e a sinistra urtandoci a vicenda senza farci male scesi per primo ritrovandomi con le scarpe completamente immerse nella terra bagnata. Dal mio lato l’auto si era arrestata proprio sul margine estremo della carreggiata.

Girai attorno alla macchina aggrappandomi per non scivolare all’orlo del gocciolatoio della cappotta. Gli occhi non si erano ancora abituati al buio e camminavo quasi a tentoni. Gianfranco mi fu di fianco dopo aver chiuso a chiave la portiera, perché non si sa mai. Ci fermammo impietriti sul bordo della strada guardando quella tragica scena. Ricordo ancora che né io né il mio compagno riuscimmo in quel momento a parlare. Eravamo completamente paralizzati ed impotenti di fronte a quello scenario visto solo nei film o nell’immaginario. I nostri cuori battevano così forte da farsi quasi sentire all’esterno.

Che fare? Scappare? Avvicinarsi all’auto rovesciata? E all’interno, quale sarebbe stata la tremenda visione che si sarebbe presentata ai nostri occhi? Avrei visto la mia angoscia di sempre? Il cranio spappolato con la fuoriuscita di cervello, oppure il torace squarciato da una profonda ferita che metteva in mostra il cuore ancora battente e la pancia aperta con l’intestino sparpagliato nell’abitacolo? No. Era troppo forte la paura.

Talmente forte ed irrazionale da passare sopra qualsiasi altro sentimento. Mi rendevo conto che avrei potuto, con il mio gesto, se lo avessi fatto, salvare una vita umana. Il nobile e necessario gesto del soccorso, però, non riusciva a vincere sull'altro immutato e tutto sommato più comodo sentimento: la paura.

Senza nemmeno parlarci, quasi a voler nascondere la vergogna provata da entrambi, Gianfranco ed io ci allontanammo con l'angoscia di chi si è tirato indietro di fronte ad una prova importante. Ci precipitammo vicino la nostra macchina. Il mio amico che aveva dimenticato di aver chiuso a chiave la serratura, imprecava tormentando inutilmente la manopola dello sportello che, naturalmente, non si apriva. Io lo guardavo terrorizzato non vedendo l'ora di mettermi al sicuro e scappare. Dopo interminabili secondi, Gianfranco si ricordò delle chiavi ed aprì guardandosi alle spalle come se da un momento all'altro qualcuno o qualcosa, dovesse uscire dal fondo dell’auto rovesciata correndo dalla nostra parte.

Ci infilammo nella macchina impiastricciando di fango tutto l’interno. L’unica cosa che riuscimmo a pensare fu quella di arrivare il più presto possibile in un centro abitato e chiamare aiuto. I telefonini non c’erano ancora. Mentre vigliaccamente ci allontanavamo, scorgemmo un’altra auto che si avvicinava dietro di noi. Finalmente altra gente, pensammo. Avrebbero sicuramente aiutato i feriti e soprattutto noi stessi a superare quella invincibile barriera di paura che ci aveva in precedenza paralizzato l’anima e il corpo. Tornammo indietro. Mentre gli occupanti dell’altra auto si avvicinavano a quella capottata nel fango cercammo di anticiparli nel tentativo, forse, di redimere le nostre precedenti colpe. Aprimmo con facilità una portiera. Strano, pensai, non era bloccata (come nei film). Quasi con gli occhi chiusi e trattenendo il respiro, infilai il capo nell’abitacolo capovolto preparandomi al peggio. Per un attimo mi immaginai le sagome penzolanti come carcasse d’animali esposti nelle macellerie. Sentivo quasi l’odore di carne marcia. Ero pronto al peggio. Appena riavutomi dal disorientamento e dalla paura e soprattutto grazie ai raggi di luce della torcia elettrica portata dai conducenti della seconda auto, scoprii, forse con delusione, che l’interno dell’auto era vuoto e ciò che a me erano parsi dei corpi senza vita non erano altro che i sedili “a testa in giù”.

Cosa era accaduto lo realizzai solo dopo che mi ripresi dallo shock. Il conducente dell’auto uscita fuori strada, che non si fece niente, era andato nel frattempo in paese a chiamare soccorsi ed era ritornato a recuperare l’auto: era proprio quello con la torcia che faceva luce sugli oggetti personali sparsi tutto intorno al tetto rovesciato. Ci guardò con sospetto pensando forse che eravamo degli sciacalli in cerca dello stereo o di qualcosa di valore da portare via, non capendo, invece, il nostro profondo tormento. Io e Gianfranco ce ne tornammo a casa impiastriciati di fango sino alle ginocchia e l’appuntamento ad Avetrana saltò.

Da quell’episodio, dunque, tutto potevo diventare tranne che un bravo soccorritore. Come se il passato non esistesse più e come tutte le cose strane della vita, trascinato in parte dagli eventi e in parte indirizzato da inspiegabili pulsioni che portano a scelte in grado di segnarti per sempre l’esistenza, eccomi invece a fare l’infermiere. E non un infermiere qualsiasi, ma un infermiere di pronto soccorso, uno di quelli votati al soccorso nell’emergenza. Come se il passato non esistesse più. All’infuori delle abitudini alimentari, sempre presenti, ecco che scopro, ad un certo punto della mia vita, di voler fare il soccorritore.


 

III episodio - Il mio primo cadavere, un annegato. La morte bianca

Ricordo il giorno in cui per la prima volta mi sono trovato di fronte ad un cadavere, uno vero. Era il 10 o 11 agosto del lontano 1985, il mio terzo quarto giorno di lavoro. L’ambulanza di un presidio estivo di pronto soccorso, credo quello di San Pietro in Bevagna, non lontano dall’ospedale dove lavoravo, portò il cadavere di un annegato adulto restituito dal mare dopo diversi giorni di permanenza in acqua per lasciarlo nell’obitorio.

La curiosità fu troppo forte e, con gran parte dei miei colleghi, quelli ancora non “consumati” come il sottoscritto, accorremmo curiosi per vedere come si presentava un organismo rimasto sommerso in un liquido per così tanto tempo.

La cosa che subito mi colpì, ancor prima di entrare nella camera dell’obitorio, era il nauseante olezzo che si avvertiva già a diversi metri di distanza. Un putrido, molliccio, fradicio e impregnante odore che ti seguiva anche dopo, dando la sensazione di non riuscire più a liberartene e di cui ancora oggi ne conservo memoria olfattiva. L’altro particolare che segnò la mia mente di quel martoriato corpo fu il colorito della cute: bianco, totalmente candido.

Quel cereo aspetto provocato dall’azione dei sali presenti nell’acqua che avevano succhiato ogni sfumatura cromatica della pelle era interrotto da numerose ferite provocate probabilmente dal morso di pesci di piccole e medie dimensioni. Non aveva più i bulbi oculari né i genitali. Aveva invece conservata intatta tutta la peluria.

In seguito all’autopsia si seppe che la povera vittima era morta per asfissia a seguito di annegamento. Fisiopatologicamente lo si può spiegare in questo modo. La causa che aveva provocato la morte era stata un’asfissia con conseguente fermata del cuore (asistolia anossica, le cellule cardiache in assenza di ossigeno vanno incontro a sempre meno efficaci contrazioni sino alla paralisi). L’asfissia, a sua volta, era stata provocata da un meccanismo di difesa di una parte dell’organismo. Della laringe, appunto che, pur di non far entrare l’acqua nel canale respiratorio era rimasta serrata sino alla terminale asfissia.

Imparai così con tempo a cercare una spiegazione alla morte di una persona. Può sembrare una perdita di tempo ma non lo è, anzi, è proprio capendo il meccanismo della fine di una vita che si può cercare in futuro di evirala. Qualche volta ci si sono riuscito, molte altre volte no.

 


 

Tra tutti gli episodi raccolti in questo libro, questo è quello che mi emoziona di più. Lo ritengo il più profondo e più corrispondente il mio carattere. Chi mi conosce e sa delle mie manie capirà il perché.  

 

Le foto ricordo 

Sarà il genere di lavoro che faccio che mi porta ad entrare dentro ai fatti della gente o forse una innata tendenza a trovare i particolari. Fatto sta che mi riesce a volte difficile non interessarmi dei dettagli più amari della vita della persone  che per il mio lavoro mi capita di conoscere e immergermi nei loro drammi. E quando questo accade, sto male. 

Un particolare, ad esempio, che mi tormenta, sono le foto. Le immagini che ritraggono i personaggi nelle case dove per lavoro mi ritrovo spesso. 

Gli interni delle abitazioni, si sa, non sono mai uguali agli altri. Ogni casa ha il suo stile, la sua storia raccontata da tanti piccoli e solo apparentemente insignificanti particolari. In tanti anni di soccorso a domicilio, mi è capitato di vederne di tutti i tipi e stili. Grandi, anguste, profumate, puzzolenti, luride, ricche, modeste e via di seguito. 

In ognuna di esse, però è sempre presente un dettaglio invariabile: le foto. Foto, ritratti, gigantografie, poster, foto tessera, ricordini di eventi tristi o di spensieratezza. Ve ne sono dappertutto e di tutti i generi. Foto ricordo, ricorrenze, paesaggi, di tutto. Scene di vita quotidiana che in pochi fotogrammi ti raccontano il vissuto di chi abita quella casa. Le foto che ognuno di noi mette in bella mostra in ogni ambiente della propria casa hanno lo straordinario potere di svelare in pochi attimi gli aspetti più intimi di una persona. 

Pensate, però, quanto quelle immagini possano essere tristi se rapportate ad un contesto molto diverso da quello raffigurato in quell’attimo rappresentato nella foto. 

E pensate ancora a quanta tristezza può contenere la foto sul comodino del matrimonio di chi sta esalando l’ultimo respiro. Oppure la tenera immagine di un papà che abbraccia con amore la propria bimba che non c’è più, oppure con i protagonisti invertiti. O ancora la vigorosa e fiera immagine del soldato che ostenta la sua sfrontata giovinezza appesa al muro vicino al letto di sé stesso malato, sofferente, vecchio, oramai spento e sfiorito. Pensate a quanto possa essere devastante una foto trovata nel portafogli* di un papà morto in un incidente che ritrae due splendidi bambini che giocano felici in un parco. (*Rovistare nelle tasche e nei portafogli ci serve per conoscere l'identità delle persone che non possono rispondere). 

Non so se ci avete mai pensato. Ogni foto ha un senso solo nel momento in cui la si imprigiona sulla pellicola. Un istante dopo quel “momento” non è più lo stesso. Immagini, situazioni, momenti che restano reali solo sulla carta o sullo schermo. Al di fuori di essa niente è più lo stesso. Nemmeno i pensieri evocati dai ricordi potranno mai eguagliare quei momenti. 

Così è diventata un’abitudine quella di guardare le immagini esposte in bella mostra nelle case di chi soccorro. Mi diverto a cogliere le somiglianze, a pensare ai collegamenti di parentela tra persone diverse presenti nelle foto e così via. Riesco a volte ad immedesimarmi talmente in ciò che rappresentano da immaginare i suoni, gli odori, le sensazioni che in quegli istanti possono aver provato i protagonisti di quelle foto. 

 

IV episodio - La foto sulla lamia 

Una sera fummo chiamati a domicilio per un malore. Ci fu spiegato da chi chiamava che la famiglia bisognosa d’aiuto non aveva telefono (ce ne sono ancora dalle nostre parti) e che per questo si erano rivolti ai vicini per chiamarci. 

La solita prassi: via, numero civico, condizioni del malato e via, in ambulanza. La zona la conoscevo bene. In quel quartiere aveva consumato la mia fanciullezza. Conoscevo tutti lì e mi chiedevo chi potesse essere ad aver bisogno d’aiuto. 

Arrivammo sul posto. Anche qui la solita scena. Capannello di curiosi vicino alla porta d’ingresso, luce della prima stanza accesa, gente che entra ed esce con affanno e la classica, immancabile persona sull’uscio che compie il consueto quanto precipitoso gesto: arrotola la tenda per alzarla (molto usata dalle nostre parti) come per far entrare o uscire qualcuno, ovviamente in barella. 

Un gesto che mi irrita. È come se con quel fare volessero dirmi: “ecco, io quello che posso fare l’ho fatto, ora tocca a voi fare il resto”. La strada la conoscevo, ci avevo giocato da bambino. Due isolati appena dalla mia casa d’infanzia. Conoscevo anche gli abitanti di quella. Gente molto umile. Una famiglia per la quale il destino non aveva riservato che amarezze. Una signora molto anziana, vedova di un marito morto molti anni prima quando io e il loro unico figlio - che conoscevo bene - eravamo poco più che scolari. Non ricordo la causa di quella prematura morte. Ricordavo però l’impressione che mi faceva, all’epoca, quel mio povero compagno di giochi senza più il papà quando noi tutti lo avevamo.

Entrammo in quella umile casa. Non me la ricordavo proprio così ma ora con odore di muffa e sporcizia. La prima stanza fungeva sia da ingresso che da stanza da letto matrimoniale. Notai subito l’immancabile foto ricordo in bianco e nero sul comodino: due giovani sposi, felici. Il letto, sciatto e cadente, con due cuscini. Sono sempre due anche se lo sposo non c’era più, forse perché togliere il suo significa tradire chi lo aveva usato. La stanza grande portava su un angusto disimpegno che apriva a due accessi. Da una parte la cucina e dall’altra una stanzetta, priva di finestre e con un letto addossato al muro. 

Lui era sdraiato lì, il mio piccolo amico, ormai cresciuto. Non era più lui. La solitudine e le difficoltà della vita gli avevano minato la ragione e il fisico. Erano molti anni che non lo vedevo. Era diventato obeso e succube degli psicofarmaci. L'unica via d’uscita da quella triste e squallida vita la trovava soltanto in quelle pillole. E quella sera ne aveva prese più del solito. Era vivo, ma privo di coscienza. Il respiro era debole. Gli sollevai il mento tirandogli all'indietro la testa per favorire il passaggio dell’aria attraverso il laringe che rischiava di tapparsi con la lingua appesantita dal tono muscolare compromesso. Mentre aspettavo il ritorno dell’autista che nel frattempo era andato a scaricare la barella notai quell’immagine sul comò di fronte al letto. Era il mio tormento: una foto in bianco e nero, inumidita e in parte ingiallita dal tempo che raffigurava un bimbo dal viso aggraziato e dall’aria felice. Il paesaggio circostante era quello più usato, a quei tempi, per posare: le assolate e bianche lamie (terrazze) delle case basse, tutte uguali dei paesi. Il bimbo guardava con gli occhi nerissimi e vispi l’autore di quello scatto. Probabilmente era suo padre in uno degli ultimi istanti di vita prima che la sorte lo strappasse da quello sguardo. 

E via con i pensieri. Perché quella foto? Perché quel giorno? Cos’era accaduto? Il bambino vestiva gli abiti della festa. Di sicuro una ricorrenza particolare, un compleanno, un matrimonio, la prima comunione. Uno di quei momenti in cui si usa fermare il tempo in una foto. Avranno prima mangiato poi, da soli, lui e il suo papà, sono saliti sulla lamia per quel ricordo. Forse l’ultimo per tutti e due. 

Nel trasportare lo sfortunato amico in ospedale continuai a pensare a quel momento felice impresso sulla foto, a quegli occhi di bimbo felice, a ciò che essi avevano visto in quell’istante che non c’è più e che non c’è stato già un attimo dopo. Pensavo al destino che beffardo che aleggiava ancora in qualche angolo di quella ingiallita foto aspettando il compiersi delle amarezze che la vita avrebbe riservato ai suoi protagonisti, un destino sicuramente oscuro. Non potevano certamente immaginare in quell'istante felice immortalato dalla foto che il destino era per loro segnato: per il papà sarebbe stata una delle ultime volte che avrebbe incrociato lo sguardo luminoso della sua creatura e per il piccolo l’amaro destino di ritrovarsi a vivere una vita gretta e misera passata ad accudire e consolare una madre sempre meno giovane e sempre meno dolce con l’inutile speranza di riuscire, alla fine, a dimenticare quello sguardo sulla lamia.

La mia fantasia andava avanti senza freni mentre ci avvicinavamo all’ospedale. Pensai che il mio amico non era riuscito a non pensare a quello sguardo e forse quella sera, con quelle pillole ingoiate una dopo l’altra, aveva tentato di dare un ultimo disperato senso alla sua vita: raggiungere finalmente quello sguardo.

Arrivammo appena in tempo al pronto soccorso. Poco dopo il debole respiro si arrestò. Fu intubato e ricoverato in rianimazione. Ne uscì vivo dopo pochi giorni. Mi piace pensare che da lassù quello sguardo non aveva ancora esaurito la sua magica protezione. Da quel giorno ho incontrato più volte il mio amico ed ogni volta mi è tornata in mente quella foto ingiallita di un giorno di festa.

 


 

V episodio  ...dai riccioli d’oro...

Dopo anni di pronto soccorso e di servizio in ambulanza si acquisisce una sinistra familiarità con la morte e con tutti gli aspetti ad essa legati. Ma prima di arrivare sul luogo dell’evento, parlando di incidenti della strada, un solo stato d’animo non ti abbandona mai: la paura di dover soccorrere uno che conosci, un amico, una persona cara, un tuo parente. È una paura in ogni momento presente, da quando sali sull’ambulanza sino all’arrivo. La stessa angoscia che ti prende anche quando non sei al lavoro e senti in lontananza l'urlo di una sirena, una sensazione di pericolo che non ti abbandona neanche nei momenti di vita privata. Questo particolare stato d’animo si accentua quando sei tu su quell’ambulanza e stai per affrontare l’ignoto e pensi a chi mai dovrai soccorrere. E se fosse uno che conosco? Allora cerchi di darti delle risposte e vai ad esclusione pensando alle persone a te più care che in quel momento non possono essere lì dove è richiesto il tuo aiuto. Allora si cerca di interpretare i luoghi, i mezzi coinvolti, il contesto dell’evento, tutto ancor prima di arrivare sul posto. Nell’incidente stradale, soprattutto, la prima cosa che osservi da lontano sono le auto coinvolte: tipo, colore, marca. E se una di queste ti è familiare allora inizi già male il soccorso.

L’ennesimo turno di notte. Mi ero disteso su una delle barelle poste in sala visite. Spiacevole giaciglio per chi lavora in un reparto d’emergenza come il pronto soccorso. E sì che non si deve dormire ma quando di notte si è in attesa, non è un reato appisolarsi, riposare, chiudere semplicemente gli occhi pensando magari di stare a casa. Quella notte squillò il telefono. Di notte questo è sempre un cattivo segno. Una voce molto agitata chiedevano un’ambulanza per un incidente grave che era avvenuto su un tratto di strada appena fuori il paese. Avvertì il medico di guardia e chiamai l’autista. All’epoca non c’era ancora il 118 e il sistema di risposta sanitaria sul territorio non prevedeva la presenza del medico a bordo, così io e l’autista uscimmo prontamente diretti sul luogo indicatoci. E lì la solita paura. Chi sarà? Era d’estate, poco più delle tre, l’ora del rientro. Cercai di pensare a chi, dei miei cari, potesse essere fuori a quell’ora.

Mentre ci avvicinammo sul posto illuminato dai fari di un’auto dei carabinieri notai un gruppetto di persone riunite in un punto della strada e a diversi metri di distanza una sagoma nera di un’auto tutta accartocciata contro il muro di cinta di un’abitazione. Era un’auto nera che la innaturale posizione faceva sembrare lunghissima. Era poggiata su un fianco e mostrava il tettuccio quasi schiacciato contro i sedili. Si trattava di una Bmw nera, lucentissima. Per fortuna, pensai tra me, non conoscevo nessuno che avesse quell’auto. Mi sbagliavo.

Mentre scendevo dall’ambulanza e mi recavo in direzione del gruppetto mi venne in mente che quello era proprio il tipo di auto che da poco aveva acquistato un mio caro amico, Enzo. Ma sapevo che non gliel’avevano ancora consegnata. Enzo lo avevo incontrato due o tre giorni prima e fu in quell’occasione che mi informò del ritardo della consegna: “se tutto va bene me la danno tra un mese”.

Vedendomi arrivare, quelli del capannello aprirono un varco indicandomi qualcosa. Avevo solo i guanti. Non avevamo, all’epoca, uno zaino per le emergenze. E non avevamo allora il concetto dell’assistenza e stabilizzazione sul posto. Era grave.  A terra, disteso in posizione prona, c’era il corpo del conducente dell’auto nera che era stato sbalzato e proiettato a distanza dopo un pauroso volo di una trentina di metri. Respirava a fatica, non era cosciente. Conoscevo quel respiro che noi definiamo agonico. Il volto era completamente tumefatto, gonfio e pieno di lividi. E di sangue. Mi portai alla sua testa e, mantenendogli il collo in asse ed esercitando una leggera trazione all’indietro mi feci aiutare dall’autista girandolo supino. Mentre lo osservavo cercando di scoprire dai segnali del corpo quali fossero le ferite più da tenere d’occhio, rimasi colpito dai suoi morbidi e folti capelli biondi, molto chiari. Questo primo particolare mi provocò un brivido che mi pervase per tutto il corpo. Riccioli d’oro. Era così che chiamavamo Enzo, l’amico della Bmw che io credevo non ancora consegnata. Che strana coincidenza, pensai. Mentre effettuavo le solite manovre di valutazione dei parametri vitali e di stabilizzazione, lo fissavo cercando di riconoscere quel volto deforme e imbrattato di sangue. Non era facile, al buio. Non avevo un collare per stabilizzargli il tratto cervicale, non avevo steccobende per bloccargli una evidente frattura scomposta di un braccio, non avevamo neppure una barella a cucchiaio. Lo caricammo alla meno peggio sulla barella dell’ambulanza e partimmo diretti all’ospedale. Stava molto male. Prima di partire pregai uno dei carabinieri di chiamare il pronto soccorso per avvertire del nostro arrivo e di allertare l’anestesista reperibile. Non avevamo altri sistemi di comunicazione, allora.

Durante il tragitto per il rientro, pulì con delle garze il volto del ferito che man mano dimostrava tratti somatici più riconoscibili e sempre più familiari. Quello che temevo. Era proprio Enzo. Il mio carissimo amico Enzo, amico e complice di tante storie vissute in quel periodo della vita in cui accadono le cose più importanti: il primo amore, il militare di leva, le prime vere delusioni della vita, gli impareggiabili e irripetibili anni più belli della tua vita, insomma.

Arrivammo in pronto soccorso dove finalmente potetti fare qualcosa di veramente utile per Enzo. Gli assicurai un accesso venoso con un ago cannula di grosso calibro. Prima di innestargli il deflussore con i liquidi da infondere, gli prelevai del sangue e riempì delle provette per valutare l’emocromo e le prove crociate per l’individuazione del gruppo sanguigno. L’anestesista non era ancora arrivato. Enzo ebbe il primo arresto cardio respiratorio. Io e il mio collega Gianpaolo con il medico di guardia gli praticammo le prime manovre rianimatorie. Ventilazione con pallone-maschera e massaggio cardiaco esterno. Mentre Giampaolo continuava il massaggio cardiaco trovando la posizione migliore issato su un panchetto, il medico ventilava con il pallone ed io preparavo il materiale necessario per l’intubazione. Le manovre continuarono per non so quanto. Ritmicamente Gianpaolo comprimeva sullo sterno fermandosi per permettere al medico di pompare l’aria del pallone nei polmoni del povero Enzo. Pervietà delle Vie aeree, ventilazione, circolazione, massaggio cardiaco, respirazione assistita, rivalutazione e poi ancora massaggio, respirazione e così via. Quello che fai durante l’emergenza è sempre uguale. Le tecniche sono le stesse ma cambia il coinvolgimento quando l’oggetto delle tue azioni è uno di tua conoscenza. Cercai di non farmi distrarre dalle emozioni. Non so se ci riuscì. Ho un ricordo confuso di quella notte.

Dopo l’arrivo dell’anestesista, Enzo fu intubato trasferito in un altro ospedale attrezzato con la rianimazione, ma fu inutile. Enzo riccioli d’oro morì dopo qualche ora dal ricovero. Che sfortunato il mio amico. Seppi dopo che quella mattina gli avevano telefonato dalla concessionaria. Per un caso fortuito la sua auto era disponibile molto prima del previsto. Un volo sino a Taranto per ritirarla e una serata felice passata a festeggiare l’imprevisto arrivo.

Era fatto così Enzo. Cercava sempre di cogliere il meglio dalla vita, in fretta, troppo in fretta quella notte. Da ragazzi abitavamo sullo stesso tratto di strada e ricordo le serate in cui, non ancora stanchi di parlare, ci attardavamo seduti sul marciapiede di fronte la sua casa. Trascorrevano a volte delle ore in cui ci confidavamo i piccoli grandi segreti di giovani sognatori. Persi un amico quella notte e con lui una porzione dei miei ricordi.


 

Per fortuna non tutte le storie che mi hanno lasciato il segno riguardano eventi di morte. Alcune, decisamente migliori, mi son rimaste dentro per ragioni più liete.

 

Episodio VI - La corsa precipitosa

Una sera tutti noi fummo allertati dal classico schiamazzo di un’auto che giungeva di corsa clacsando all’impazzata.

Il soccorso di quella sera però aveva qualcosa di strano. Lo strombazzare dell’auto lo cominciammo a sentire con il solito anticipo ma la velocità non quadrava. Era come se qualcosa impedisse al guidatore di correre mentre cercava di lanciare segnali di aiuto pigiando spasmodicamente al centro dello sterzo attivando il segnalatore acustico dell'auto. Come se non volesse correre troppo per non “rompere qualcosa”.

Finalmente arrivò l’auto che si fermò sin sulla porta del pronto soccorso. Una vecchia Fiat 126 si fermò davanti a noi. Alla guida c’era una donna e al suo fianco un’altra che aveva lo schienale del sedile leggermente inclinato; dietro di loro altre due donne. Tutte e quattro in preda al terrore, urlavano talmente forte e in maniera simultanea da non farsi capire.

Mi avvicinai e aprì la portiera lato passeggero. Mi chinai verso la donna con lo schienale abbassato cercando di capire cosa stesse accadendo. Era buio. Le urla delle quattro donne diventavano sempre più assordanti. Non riuscivo proprio a capire. Invitavo la signora a scendere ma questa, a sua volta, si rifiutava gridandomi qualcosa nell’orecchio senza farsi capire. Tra le urla cominciai a distinguere la parola bambino. Quale bambino, gridavo a mia volta per farmi sentire e per cercare di calmare quelle quattro forsennate.

Diedi un'occhiata al sedile posteriore, niente. Cercai di strattonare la signora con più forza implorandola a scendere. Niente, anzi, si inchiodò aggrappandosi al sedile con tutte e due le mani. Il bambino... e poi urla... per terra...e ancora urla. Per terra. Guardai meglio la signora, esplorando con gli occhi il corpo. Il vestito era inzuppato di qualcosa. Non era sangue. Era semplicemente bagnata di qualcosa di viscido e caldo. Aveva la gonna alzata sin quasi metà coscia così notai una appendice lucida ed umida che le usciva dalle gambe cadendo giù sui piedi. Guardai con più attenzione al buio e finalmente vidi qualcosa tra le scarpe della signora. Era il piccolissimo corpo di un neonato tutto bagnato e con il cordone ombelicale che lo legava ancora alla madre. Così lo presi tra le mani per staccarlo da quel gelido e duro giaciglio. Per fortuna piangeva. Questo significava che aveva liberato da sé il canale respiratorio dalla presenza di liquido amniotico. Cercai a mia volta di farmi capire dai miei colleghi ed avvertirli dell’emergenza in corso. Non era facile. Le donne strillavano sempre di più e i soliti curiosi si accalcavano impedendo la trasmissione dei messaggi. L’incubo finì quando il mio collega Oronzino Missere chiamò le ostetriche del reparto ostetricia che per fortuna si trova al piano superiore al nostro, che scesero prontamente portando una coperta e delle forbici con pinze. Avvolsero il neonato nella coperta, tagliarono il cordone e portarono via il piccolo (era un maschietto) che finì nell’incubatrice. Non vi furono conseguenza né per il bimbo né per la precipitosa puerpera.

 

Episodio VII - Alla luce del televisore

Era la classica notte d’inverno gelida, ventosa, da stare rintanati in casa al caldo nel proprio letto, assieme ai propri cari. Per me era una delle tante lunghissime, noiose e mai uguali notti da passare in attesa dell’inaspettato. Il turno di notte. Cosa può fare mai uno di notte, in attesa che l’inesorabile lentezza delle lancette decreti la fine del turno? Tra un ricovero e un intervento sul territorio (non frequente ma probabile di notte), tra una chiamata telefonica per rintracciare il reperibile richiesto da qualche reparto e un frammento di programma tivù, di notte, si parla. Si discute tra colleghi. I temi più gettonati sono i turni, poi la busta paga, il rapporto sempre problematico con qualche medico, raramente discussioni sulla politica, quasi mai disquisizioni sulla professione, i ruoli, le competenze e tutto ciò che riguardi l’aspetto professionale del nostro lavoro. E se la fortuna te lo permette, ti lasci prendere dolcemente dal sonno. È inutile negarlo. Quando si può, si dorme.

E si può anche sognare

Mi trovavo nel gabbiotto del centralino dell’ospedale e rispondevo alle incessanti e numerosissime telefonate che chiedevano soccorso. Richieste strane e varie. Una di queste mi chiedeva del materiale per illuminare. Presi una lampada da un cassetto. Uno di quei grandi lampioni che i pescatori utilizzano per la pesca notturna. “Delle forbici, presto - chiese una voce familiare -, servirà per tagliare le reti”.  Aprì il cassetto della scrivania del centralino in cerca di forbici. Era pieno di pesci, alcuni ancora vivi. Non mi meravigliavo affatto della loro presenza, anzi, li scansavo mentre ripassavo mentalmente uno per uno il loro nome. Sognavo, naturalmente. Mi sentì chiamare ancora da quella voce amica e mi destai. Era il mio collega Alfonso con il quale dividevo il turno in quella notte come in tante e tante altre notti e storie ancora. Mi svegliò invitandomi ad infilarmi il giaccone e, mentre aspettavamo l’arrivo dell’autista che si trovava in un’altra ala dell’ospedale, mi spiegò cosa stesse accadendo. Una telefonata con richiesta d’ambulanza era arrivata pochi minuti prima (il suono del centralino nel sogno). Una voce spaventata chiedeva l’intervento per una signora che stava male. Disse che chiamava da una cabina. Nella fretta di spiegare l’accaduto non disse dove era il luogo dell’evento, nonostante il mio collega la interrogasse in proposito. Non potevamo partire non spendo dove andare. Fortunatamente dopo pochi minuti arrivò un’auto in silenzio (il cattivo presagio).

Una donna, la stessa che aveva poco prima telefonato e che probabilmente si accorse di non averci dato prima l’indirizzo, ci indicò il luogo esatto della casa dove avremmo dovuto recarci con l’ambulanza. La signora ci spiegò con più precisione di cosa si trattava: una donna incinta con forti dolori e con la rottura delle acque. Il posto dove si trovava, spiegò la signora, era completamente al buio, per cui chiese di portarci dietro qualcosa per illuminare l’ambiente. Ecco spiegato il sogno, pensai. E le forbici erano quelle che il mio collega, ancor prima di chiamarmi, cercava di procurarsi rovistando nella bacinella dei ferri che nella mia interpretazione onirica erano rappresentati dai pesci.

Le torri dagli occhi neri

L’appartamento indicato era al quinto piano di una palazzina priva di ascensore, io e il mio collega Alfonso lasciammo il pronto soccorso con l’ausiliario e il medico di guardia. Partimmo con l'autista portandoci dietro le uniche cose che potevamo: forbici, due pinze per emostasi, una coperta di lana e tanta forza di volontà. La macchina che era venuta ad allertarci ci precedeva tra le strade del paese. Arrivammo in periferia. L’abitato si trovava in una zona dove mai, da soli, avremmo potuto arrivare. Un agglomerato di palazzine disabitate. Il frutto di un investimento andato male. Tre monoblocchi con alloggi mai ultimati. La ditta che aveva iniziato a costruirli li aveva abbandonati così, probabilmente per sopraggiunti guai finanziari. Tre torri che si innalzavano nel cielo cupo della notte con dei numerosissimi e simmetrici varchi che parevano orbite enucleate di decine di teschi. Erano le finestre buie e senza infissi. Lo sfortunato o sprovveduto costruttore aveva fatto in tempo, prima del fallimento, a mettere solo la pavimentazione e l’intonaco. Non Vi era altro che potesse far somigliare quei luoghi a dei posti in cui uno potesse vivere. Ma la disperazione e la povertà non conosce limiti. In quei tuguri vivevano tre famiglie di diseredati del mio paese, cittadini anch'essi dell’Europa, della civilissima ma molto lontana Europa. E all’ultimo di quei cinque piani stava per accadere qualcosa di straordinario.

Arrivammo di corsa e col fiatone in cima alla torre. La scala e tutto intorno era completamente al buio, il rivestimento in marmo dei gradini era stato smantellato e “commercializzato” da qualcuno. L’appartamento dove eravamo diretti non aveva porte né finestre. La porta d’ingresso era un pannello di leggero compensato che veniva fatto scivolare attraverso dei binari di legno fissati al pavimento e, in alto, sulla trave in cemento. Entrammo a tentoni. L’unica cosa che non ci portammo dietro perché non faceva parte della nostra “ricca e traboccante dotazione strumentale” (ahimè), era una torcia elettrica. Al buio, dopo i primi attimi necessari all’adattamento visivo si configurò una scena che mi è rimasta impressa nella mente. Le finestre, prive di infissi, erano coperte da coltri scure e pesanti che il vento scostava ad ogni folata facendo entrare sferzate di impressionante freddo. C’erano tende anche al posto delle porte, tutte colorate e nessuna uguale all’altra. Una stanza era priva di tenda. Era la camera da letto o, meglio, l’angolo della casa destinato per chissà quale ragione a ricoprire quel pregevole compito. Era l’unico posto con un po’ di luminosità. Quella che avrebbe dovuto essere una finestra era ricoperta da fogli di plastica trasparente e in più parti riparata con del nastro adesivo di diversi colori. La luce, però, non entrava da lì. Era troppo buio fuori. La luce la dava lo schermo di un piccolo televisore di quelli portatili, collegato ad una serie di batterie per auto. Non aveva antenne e dapprima non riuscivo a capirne l’utilità. Poi afferrai la sua funzione. Serviva solo a dare luce. Il monoscopio, privo di alcun segnale, emetteva semplicemente luce. Azzurrina e tremolante. Un chiarore dai riverberi azzurri tracciava intorno scenari fiabeschi e spettrali. Il bagliore emesso dalla scatola creava un cono di luce che attraverso l’apertura della stanza illuminava gran parte del pavimento dell’ingresso da dove eravamo giunti ansimanti.

In questa stanza un unico tavolo arredava l’ambiente. Vicino ad esso, sdraiata per terra in un lago di sostanza appiccicosa e viscida c’era il corpo di una donna in preda a forti dolori. Era giovanissima. Il barlume televisivo le illuminava il volto sofferente e impaurito. Stava partorendo il suo primo bimbo. Alla luce del televisore. Povero piccolo, pensai, chissà cosa gli racconteranno da grande. Ammesso che riesca a vivere. Già. Eravamo lì per questo. Ci avvicinammo, io e Alfonso, alla giovane donna che ci implorava con gli occhi troppo giovani e incolpevoli per certe sofferenze. Le scoprimmo il bacino. La pancia sembrava scoppiare. Tra le gambe, divaricate in modo innaturale, scorgemmo la testa del neonato pericolosamente serrata tra la morsa della vulva materna. Che fare? Trasportarla in barella in quelle condizioni per le scale e al buio era impensabile. Ogni movimento avrebbe potuto comprimere mortalmente la delicata e vulnerabile testa del piccolo che doveva liberarsi quanto prima da quella morsa che lo strangolava e finalmente respirare. Bisognava assolutamente scindere i due corpi e trasportarli separatamente. In altre parole, bisognava farla partorire. Sono cose da fare e si fanno. Anche se per la prima volta, come nel nostro caso. L’esperienza, i ricordi dei libri, l’aver sentito parlare, l’immaginazione e soprattutto, la paura di sbagliare sono gli unici fattori che in quei momenti ti guidano. E ti lasci guidare da loro, volentieri.

Mi posi all’altezza della pancia della puerpera e iniziai a spingere verso il basso invitando la signora a spingere come per andare di corpo. Alfonso si occupò di estrarre il corpicino del nascituro accompagnado delicatamente la sua espulsione naturale che, misteriosamente e con nostra grande gioia ed orgoglio, lasciava scivolare fuori quella nuova vita senza alcun problema. Venne fuori. Era un maschietto. Presi le forbici e dopo aver clampato il cordone ombelicare in due parti diedi un netto taglio in mezzo “scollegando” definitivamente il piccolo da sua madre. La tensione e la solita scarica adrenalinica ci facevano sudare nonostante il gelido clima che regnava in quella casa. Il corpicino appena nato rischiava l’assideramento. Lo avvolgemmo prima in un asciugamano e quindi nella nostra coperta. Io mi occupai del piccolo mentre Alfonso assieme all’autista portarono giù per le scale con una sedia la giovane mamma. Prima di uscire diedi un altro sguardo a quel misero e irreale ambiente. Mi chiesi se stessi sognando ancora. Ma era tutto vero. Il papà del piccolo, anch’egli molto giovane, era rimasto impietrito per tutta la durata dell’evento. Si limitava, senza parlare, a tenere per mano la propria giovane sposa. Il suo volto triste tradiva paura mista a tormentate e colpevoli sensazioni di sconfitta.

Cosa avrebbe riservato la vita a quella sventurata giovane famiglia? Poveri ragazzi, pensai, durante il tragitto per l’ospedale mentre mi tenevo stretto sul petto quell’innocente e infreddolito neonato. Stettero bene entrambi lui e la sua mamma e dopo pochi giorni lasciarono l’ospedale sani e salvi. Non ho più saputo niente di loro e non saprei proprio come fare per rintracciarli.


 

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-- segue altro episodio--  (Domenica prossima)

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