Martedì, 4 Ottobre 2022

Le mie anime senza nome

Le mie anime senza nome / I-II-III-IV-V episodio - Il tatuaggio sul petto

Le mie anime senza nome / I-II-III-IV-V episodio - Il tatuaggio sul petto Le mie anime senza nome / I-II-III-IV-V episodio - Il tatuaggio sul petto | © n.c.

Avvertenze. I racconti descrivono fatti realmente accaduti, alcuni nomi, luoghi e le caratteristiche individuali dei protagonisti sono stati alterati per non turbare l’altrui vita privata.

Tutti gli episodi narrati risalgono al periodo pre-118 per cui il soccorso in ambulanza veniva assicurato da un solo infermiere e dall’autista.

Chi è l’autore

Nazareno Dinoi è nato a Manduria nel 1957. Come infermiere ha sempre lavorato nell’emergenza-urgenza. Dal 1985 al 2003 al pronto soccorso poi nel 118 sino ad oggi. E’ istruttore Irc di Bls e Pbls (manovre rianimatorie adulto e pediatrico) e ha conseguito il titolo di Emt (tecnico di emergenza medica, specializzazione nell’assistenza avanzata nelle emergenze cardiache, traumi, ennegamento).

E’ anche giornalista. Ha scritto per diverse testate anche nazionali: Avvenimenti, Ultime Notizie, Scenario, Emergency Oggi, Tutto Sanità, Panorama, Giallo, Corriere del Mezzogiorno, Corriere della Sera, Di Più, La Repubblica. Attualmente è corrispondente con contratto del Quotidiano di Puglia e dirige il quotidiano online e cartaceo, La Voce di Manduria.

Ha scritto cinque libri: Kompagni di sogni – I maoisti a Manduria, un racconto d’amore (ed. Del Grifo), Dentro una vita – I  18 anni in regime di 41 bis di Vincenzo Stranieri (ed. Reality Book), Sarah Scazzi – Il pozzo in contrada Mosca, cronaca di una storia mai scritta (ed. Barbieri Selvaggi), L’altarino di Pilato – La scelta di Liuba (ed. Nurse24.it). Le mie anime senza nome, è la riedizione di Anime senza nome (ed. AniartiCoop). 


 

V episodio - Il tatuaggio sul petto

 

Turno di lavoro pomeridiano. Mancava poco allo smontare. Chi è impegnato in questi posti lo sa: è questo il momento in cui il fato si scatena. Per uno strano bisogno del caso, gli eventi più tragici avvengono proprio in prossimità della fine del turno. E così fu quella sera.

La tragedia quella sera si fece annunciare con il rumore del motore di un’auto che passava di corsa sotto alla nostra finestra. Già da quello si capiva che qualcosa di estremamente negativo era accaduto.

L’auto si fermò davanti al pronto soccorso senza un eccessivo rumore con il muso che raggiunse quasi la porta della stanza d’ingresso. Dal cofano usciva un forte odore di olio bruciato mentre le persone all’interno si mostravano come chi vuole scendere ancor prima di aprire lo sportello. Scese per prima una signora e io le andai incontro. Era sconvolta, pallida, il classico pallore che non fa distinguere più il confine tra le labbra e il volto. Aveva qualcosa in braccio, stretto contro il petto. Sembrava un fagotto. Era un bimbo.

Lo afferrai strappandoglielo a fatica. Era una madre che non lasciava il suo piccolo. Glielo tolsi e lo feci quasi con forza invitando lei e gli altri che scendevano dall’auto a non seguirmi. Lo portai così in braccio nella sala delle urgenze seguito dal collega Alfonso e dalla dottoressa Testa. Lo posai sul lettino operatorio avvertendo subito la solita temuta percezione: la morte era lì, tra noi, che aggrediva quel corpicino senza vita. Per un attimo io con il collega e la dottoressa ci guardammo senza parlare, sapendo quello che ci aspettava. Non ci si abitua mai a certe cose. Finalmente la consuetudine prese il sopravvento. Iniziammo a valutare le funzionalità vitali. Respiro assente, non c’era battito cardiaco così iniziammo le manovre rianimatorie. Non ricordo chi era a massaggiare contro lo sterno e chi a ventilare con il pallone sulla bocca. Ricordo che prendemmo una vena. Lo monitorizzammo ma il tracciato confermò la nostra valutazione manuale. Il cuore era fermo. In quel piccolo corpicino non c’era più vita.

Non so dopo quanto, sicuramente più del normale, più di quanto fosse umanamente possibile, ma alla fine ci arrendemmo, come sempre, di fronte all’irrimediabile. E farlo di fronte ad un piccolo corpo, nessuno sa quanto possa essere straziante. In quei momenti è come se sei da solo. Tu e quel corpo. Non guardi nessuno, soprattutto non li guardi negli occhi. Ti difendi così di fronte al rischio di dover incontrare altri sguardi che, come te, non aspettano altro che fuggire. O piangere, ma tu quella cosa, proprio allora, non puoi farla. Non puoi farlo proprio tu. Eppure ne avresti bisogno, oh quanto ne avresti bisogno in quei momenti.

Ognuno di noi fingeva di occuparsi di qualcosa pur di non guardarsi, di non parlare. Gli abiti, le scarpine (ne indossava solo una, negli incidenti della strada l’altra non si trova mai). La pietosa e dolorosa sistemazione della salma, l’iter burocratico della documentazione elettrocardiografica per l’accertamento di morte.

Il piccolo torace era scoperto. Tutta la parte anteriore del tronco era segnata da una striscia scura che gli partiva dal fianco destro sino a raggiungere la spalla sinistra. La minacciosa, sciagurata e inconfondibile traccia lasciata da un maledetto pneumatico che gli era passato sopra gli aveva tatuato il petto straziandone l’interno. Povero quel cuoricino.

Ora c’era da compiere la parte più terribile per chi rimane: dare le notizie ai parenti. Quali parole cercare per dire ad un padre o a una madre che il suo piccolo non c’è più? Come dirlo alla sorella che non potrà più giocare con lui, che non potrà più affidargli teneri segreti e che non ci potranno più essere innocenti complicità? Non si può. Non si può senza far piangere, senza far strillare sino a perdere i sensi, senza tirare pugni contro l’aria, senza strapparsi i capelli e farsi male. Non si può. Bisogna dirlo. Si deve dirlo, e basta.

Quella sera, però, al di là della porta, non me la sono sentita, e ho mentito. L’ho fatto. Mentì vigliaccamente, coscienziosamente, a quegli occhi di mamma che mi chiedevano cose a cui non potevo rispondere, non potevo dire quello che lei si aspettava che io dicessi, che il suo bambino stava bene. Non glielo potevo dire. Non ricordo bene cosa inventai: «non si allarmi, stiamo facendo di tutto” o qualcosa del genere.

Era ora di andare via, i colleghi del turno successivo erano già lì. Mi allontanai in fretta guardando il pavimento. Fuggii da quelle urla, da quelle scene strazianti che non si dimenticano più e che ti inseguono anche quando sei già a casa e ti tormentano per tutta la vita. Li sentì, mio malgrado, mentre mi cambiavo e quelle urla, come al solito, mi violentavano dentro.

Glielo avevano detto. Nell’andare via ero costretto a passare in mezzo a quella folla. E lì accadde quello che temevo. Mi venne incontro una ragazza, forse era la sorella o una parente dello sfortunato piccolo e mi assalì, piangendo, dandomi del bugiardo. «Perché ci hai mentito? Perché non lo hai detto subito?”, urlava. Già, perché. Cosa potevo dirle? Che non ho avuto il coraggio di condividere una piccolissima parte del loro dolore? Scappai via, spaventato ed af?itto portandomi addosso un altro grave fardello che, col tempo, ti appesantisce la Vita.

È curioso, mentre rievoco quei momenti e scrivo, mi accorgo di ricordare cose che non pensavo di avere conservato. Sono tutte cose che credi di aver rimosso ma che, al momento opportuno, la mente te le fa riaffiorare e ti presenta il conto per farti ancora del male. Ricordo quel piccolo volto senza vita, i suoi movimenti ad ogni pressione della mano sul torace, a quegli occhi senza luce semichiusi che era come ci guardavano ed altri particolari che rinnovano in me il dolore e che raccontare qui sarebbe come farsi beffa della sofferenza.  

 

Di seguito gli episodi precedenti

 

 

Premessa

PERCHÉ ANIME SENZA NOME...

Una sera, tornando in macchina da un convegno, discutevo con una collega, Daniela, sulla inevitabile compromissione emotiva che si prova di fronte alla morte di qualcuno. Notai che la mia amica - che lavora in un reparto di rianimazione pediatrica - parlava dei suoi pazienti deceduti chiamandoli per nome.

Ognuno di loro aveva un nome, ogni nome un ricordo e per ogni ricordo cattivo, ce n'era qualcuno buono. Sempre. Il giorno del compleanno, i lisci capelli, i giocattoli, i sorrisi, il modo di parlare, i parenti, i racconti. Insomma, le piccole cose che possono allietare, per quanto possibile, la vita di un reparto dove la fine della vita è sempre in agguato.

Mentre parlava dei suoi pazienti morti, alternando momenti tristi a momenti di teneri, gioiosi, pensai ai miei tanti pazienti che avevo visto soffrire e dissi, quasi senza rendermene conto: “da noi invece si muore senza nome”.

Che cosa tremenda -, pensai, non riuscendo più a seguire le parole della collega. “Da noi si muore senza nome” - mi ripetevo. Morire e non essere più nessuno. Non esserlo mai stato per noi, ultimi testimoni di quella fine senza altri ricordi se non quell’unico attimo estremo in cui la vita è volata da loro via.

In pronto soccorso, sulla strada o a domicilio, l’emergenza non ha tempo e non ti dà tempo. Il nome, poi, è una cosa che non serve proprio. Quando tutto è finito ti trovi a guardare “uno" o “una” che è morto, un’anima senza nome. Cosa ti può rimanere allora di quei momenti, se non la solita sconfitta? Quali pensieri potranno mai compensare, seppure per poco, il triste attimo in cui la vita non c’è più? Da quali ricordi puoi trarre un seppur esile senso di serenità come poteva provarlo la mia collega? Di quel corpo senza più vita ti rimangono solo gli ultimi suoi momenti, i peggiori. L’unica cosa che ti resta di quelle anime perse è la devastazione delle loro carni, le sofferenze delle loro membra, l’estremo limite del loro corpo. Di quegli istanti ti rimane solo il ricordo della morte, di una morte senza nome.

Queste considerazioni le facevo quando il libro era quasi in stampa. Mi accorsi solo allora che i pazienti dei miei racconti, tranne alcuni, non avevano un nome. Ricorai ancora che per rievocare con qualche collega qualcuno dei nostri sfortunati “pazienti di un attimo”, usiamo dei riferimenti del tipo: quello del buco in faccia, quello della fucilata in testa, oppure quel bambino capitato sotto le ruote, quello senza più occhi e così via.

È stato così che decisi di cambiare il titolo al mio libro che originariamente era “Storie di straordinaria emergenza", perché non mi soddisfaceva più.

Sotto la nuova ottica di questa assoluta depersonalizzazione dei miei interpreti, il vecchio titolo mi sembrava inadeguato e poco significativo. Con esso l’unica protagonista sarebbe stata lei, la morte. Volevo invece dedicare di più ai miei pazienti e meno ai fatti in cui loro comparivano. Decisi allora di intitolare il lavoro come la frase inattesa di quella conversazione in auto: le anime senza nome. A loro, più di tutti dedico questo lavoro.

Nazareno Dinoi

 

Prologo

Tutto mi sarei aspettato, da ragazzo, tranne che fare per professione quello che faccio: l’infermiere.

Infermiere. Uno di quei mestieri sicuramente mai entrato nei miei sogni di fanciullo e neanche più in là con gli anni quando, un po’ più maturo, cominciavo ad immaginare un futuro produttivo per la società e per me stesso. L’infermiere.

Io, che avevo terrore del dolore, del sangue e che alla sola vista di scene violente rabbrividivo convinto di dover vedere da un momento all’altro l’improvvisa ed orrida fuoriuscita di quello che abbiamo dentro. Era questo che mi angustiava. L’interno di un uomo, le sue viscere, la carne scoperta, le ossa, non ne parliamo il cervello, che schifo!

Questa particolare fobia si è ri?essa nelle mie abitudini alimentari. Non ho mai mangiato sostanze parenchimatose o filamentose come fegato, cervello, intestini e così via. L’unica carne che mangiavo (e che mangio tuttora) deve essere assolutamente scevra di grasso, nervi e, soprattutto, di vasi sanguigni.

L’atavica paura della morte.

Da bambino, come per tutti i miei coetanei, le uniche nozioni sul corpo umano (a parte le naturali autoesplorazioni), erano quelle apprese a scuola durante le lezioni di educazione fisica o di scienze: le ossa, i muscoli, gli organi interni. Che già a vederli sui libri mi facevano senso.

Allora concetti come il dolore, la malattia, la morte, facevano parte del fantastico mondo della celluloide: i film. I primi concetti del morire erano quelli appresi al cinema e, forse per questo, ogni idea di morte era legata in qualche modo al dramma, al terrore, alla violenza. In quel mondo fantastico, le storie mitologiche così come Frankenstein, Dracula, e tutte le stregonerie del genere diventavano quindi gli unici teorizzatori della morte e della vita oltre la morte.

La stessa resuscitazione di Cristo ricordo d’averla vissuta sempre con una certa angoscia. Mi sono sempre chiesto, da ragazzo, come mi sarei comportato di fronte alla vista di una persona ritornata dalla morte? Sarei svenuto? Sarei fuggito? L’avrei scoperto, eccome. Perché a volte è accaduto anche questo nel mio straordinario lavoro ed ero io l’artefice di quel prodigio. Ogni volta era una sberla dritta in faccia alla morte.

 

Primo di 14 episodi

Quelle 750 lire

La telefonata arrivò dai carabinieri. Volevano l’ambulanza. “Un bambino è stato investito” a Sava, dissero. Il medico che aveva preso la telefonata mi passò le indicazioni necessarie. Un bambino investito.

Il luogo indicato era lontano circa otto chilometri dall’ospedale. Mentre lo raggiungevamo io e l’autista pensai a quella chiamata. Quando sono i carabinieri a chiedere l'ambulanza avevo sperimentato che o si tratta di un fatto estremamente serio oppure di qualcosa di estremamente inutile. Quasi mai una via di mezzo. Quella mattina qualcosa mi diceva che mi sarei trovato di fronte a qualcosa di veramente serio.

“Qualcuno di noi è già sul posto”, dissero al telefono e già questo non presagiva nulla di buono. “Se sono già sul posto - pensai -, si saranno resi conto della effettiva necessità di un soccorso sanitario”. Evidentemente anche l’autista al mio ?anco avvertiva la stessa sensazione perché correva più del solito con la sirena attivata.

Era quasi mezzogiorno e le strade nei pressi del posto indicato erano sinistramente vuote. Altro cattivo presagio.

Da lontano notammo il solito capannello dei curiosi più numerosi del solito che sentendoci arrivare non si scomposero come di consueto. Ancora un ennesimo indizio di sciagura.

Nessuno dei presenti si comportava come solitamente accadeva, nessuno si affannava a darci fretta. Neppure ci guardavano. Tutti erano rivolti con lo sguardo verso un grosso camion con l’alto rimorchio coperto da un telo blu sui cui lati campeggiava una vistosa scritta di una nota marca di pasta.

Scesi dall’ambulanza e con l’autista ci indirizzammo verso il posto dove tutti guardavano. Tra le persone sgomente, silenziose, con gli occhi rossi, intravidi la sventura di quel giorno. Il corpo di un bambino era disteso per terra vicino al camion con la testa immersa in un liquido rosso cupo. Avvicinandomi sapevo che quel liquido rosso era sangue e la parte del bambino che ci galleggiava dentro era quello che restava della sua piccola testa. La grossa e pesante ruota del camion gli era passata sopra.

Avrei voluto fuggire da quell’orrore. Nessuno diceva niente, tutti mi guardavano nell’attesa di vedermi fare l’unica cosa che avrei potuto per quel corpicino senza più vita. Ero stordito. Lo sfacelo di quel genere di trauma non consente nessuna manovra rianimatoria, nessun tentativo di riportare in vita. Ero disarmato, ero inutile. Ci guardammo in faccia io e l’autista e lui capì. Avrebbe pensato lui a prendere il solito lenzuolo bianco dall’interno dell’ambulanza per coprire lo strazio.

Girai intorno lo sguardo sapendo di non trovare occhi in grado di incrociare i miei. Quel silenzio, quell’innaturale immobilità dei presenti mi fece intuire che da un momento all’altro sarebbe accaduto quello che sempre temevo in certe occasioni. E stava per accadere, proprio allora.

Il cerchio di spettatori, impietriti, si allargò improvvisamente e da un punto di esso le persone si allontanarono ognuno da un lato opposto con perfetta sincronia come la coreogra?a di una parata militare. Si aprì un varco e tra la gente apparve una signora con il grembiule imbrattato di cucina e ai piedi delle curiose pantofole a forma di testa di cane. Era la mamma.

Era la madre di quel corpo martoriato. Era arrivata per ultima, preoccupata forse del ritardo del suo piccolo e dall’insolito silenzio.

Non guardò per terra, si rifiutò di farlo forse di proposito per non scoprire quello che temeva e si lanciò verso la porta d’ingresso del negozio che era proprio alle mie spalle.

Senza mai guardare dalla mia parte, si precipitò all’interno chiamando per nome il suo bambino. Povera sventurata madre. Aveva sperato di trovarlo vicino alla cassa, intento a pagare la pasta appena comprata. Solo dopo, terrorizzata, si diresse verso di me e quel piccolo corpo disteso lanciando un urlo straziante, innaturale, estraneo a quel luogo silenzioso. Il mio autista non era ancora tornato con il lenzuolo, imprecai dentro di me. La donna riconobbe il figlio dai vestiti e, per sua fortuna, svenne prima di arrivare a lui.

La sorressi e pregai i carabinieri di portarla via. Così fecero. Mentre coprivo il corpo con il drappo bianco portatomi dall'autista trafelato che mi guardò come per scusarsi, ebbi il tempo di notare le circostanze di quella tragedia, carpendone i particolari come sempre accade quando “tutto è finito”.

Il bambino era uscito di corsa da quel negozio con in mano il pacco della pasta che la sua mamma gli aveva commissionato. La confezione era ancora intatta. Abitava lì vicino e chissà quante volte aveva fatto le stesse azioni. Era uscito di corsa dal negozio quando l’enorme muro di ferro e gomme gli si frappose all’improvviso costringendolo a fermarsi, impaziente di tornare a casa, forse, pensai, per ricevere il meritato compenso che tutte le mamme promettono ai propri bimbi quando aiutano i grandi.

Era piccolo e non poteva immaginare che il rimorchio, in fase di svolta, gli era già alle spalle sovrastandolo impietoso. Sarà stato un istante, probabilmente quanto gli è bastato per pensare ai rimproveri della mamma per aver buttato la pasta appena comprata che, ironia della sorte, era della stessa marca disegnata sul telone blu del camion.

Il suo corpo avrà sussultato, vibrato per diversi interminabili secondi prima di fermarsi completamente. Lo si capiva dai numerosi schizzi di sangue tutt’intorno. Terribile, pensavo. Il corpo muore dopo il cervello, come nei decapitati. Tutt’intorno per terra erano sparse delle monete, probabilmente il resto della pasta: erano 750 lire. Forse era quella la ricompensa per averci messo poco a comprare la pasta, pensai inorridito.

Raccolsi quelle monete, erano sue e glieli misi in tasca prima di coprirlo del tutto. Osservai la materia cerebrale immersa tutt’intorno nel sangue. Facendomi coraggio, poi, compii un gesto che nessuno avrà capito. Raccolsi con i guanti quelle briciole di innocenti pensieri ancora caldi, i pezzi che si erano staccati dalla massa informe del cervello schizzati lontano e li rimisi al loro posto, uno ad uno. Mi allontanai stringendogli la mano ancora calda.

 


 

II episodio - Tornando indietro alle mie antiche paure 

 

Si nasce o si diventa operatori dell’emergenza? Ci si abitua o si possiede un’innata propensione agli eventi tragici? Si è portati ad avere a che fare con la morte? La risposta in questo episodio.

  

La prova della mia assoluta impreparazione, anche caratteriale, al soccorso, l’ebbi quando avevo 18 anni. Un episodio accaduto a quell’età mi è rimasto impresso tanto da ricordarne tuttora i particolari.

Percorrevamo in auto, io e il mio amico Gianfranco che era alla guida, una strada poco frequentata che collega due paesi dei miei luoghi. Partivamo da Maruggio ed eravamo diretti ad Avetrana attraverso al cosiddetta “Tarantina”. Era una di quelle serate in cui si maledice il fatto di aver preso impegni per cui si è costretti a stare fuori.

Era appena finito un violento temporale e si avanzava con dif?coltà per via del manto stradale completamente inondato di fango e terriccio, trascinato dai campi dallo scrosciante acquazzone, che non faceva distinguere i margini della carreggiata. Dopo una delle tante curve, una scena da film si presentò improvvisamente alla nostra vista. Oltre l’ipotetico ciglio stradale che si distingueva a malapena, internata di una ventina di metri nelle campagne, c’era un'automobile rovesciata, per metà immersa nell’abbondante fango. Era già buio e le luci dei fanali rimasti sinistramente accesi rendevano la scena ancora più inquietante. Gianfranco frenò d'istinto e per poco non ci trovammo anche noi sprofondati nel fango perché la macchina virò leggermente a destra. Quando si arrestò dopo un curioso ondeggiamento che ci fece sballottare a destra e a sinistra urtandoci a vicenda senza farci male scesi per primo ritrovandomi con le scarpe completamente immerse nella terra bagnata. Dal mio lato l’auto si era arrestata proprio sul margine estremo della carreggiata.

Girai attorno alla macchina aggrappandomi per non scivolare all’orlo del gocciolatoio della cappotta. Gli occhi non si erano ancora abituati al buio e camminavo quasi a tentoni. Gianfranco mi fu di fianco dopo aver chiuso a chiave la portiera, perché non si sa mai. Ci fermammo impietriti sul bordo della strada guardando quella tragica scena. Ricordo ancora che né io né il mio compagno riuscimmo in quel momento a parlare. Eravamo completamente paralizzati ed impotenti di fronte a quello scenario visto solo nei film o nell’immaginario. I nostri cuori battevano così forte da farsi quasi sentire all’esterno.

Che fare? Scappare? Avvicinarsi all’auto rovesciata? E all’interno, quale sarebbe stata la tremenda visione che si sarebbe presentata ai nostri occhi? Avrei visto la mia angoscia di sempre? Il cranio spappolato con la fuoriuscita di cervello, oppure il torace squarciato da una profonda ferita che metteva in mostra il cuore ancora battente e la pancia aperta con l’intestino sparpagliato nell’abitacolo? No. Era troppo forte la paura.

Talmente forte ed irrazionale da passare sopra qualsiasi altro sentimento. Mi rendevo conto che avrei potuto, con il mio gesto, se lo avessi fatto, salvare una vita umana. Il nobile e necessario gesto del soccorso, però, non riusciva a vincere sull'altro immutato e tutto sommato più comodo sentimento: la paura.

Senza nemmeno parlarci, quasi a voler nascondere la vergogna provata da entrambi, Gianfranco ed io ci allontanammo con l'angoscia di chi si è tirato indietro di fronte ad una prova importante. Ci precipitammo vicino la nostra macchina. Il mio amico che aveva dimenticato di aver chiuso a chiave la serratura, imprecava tormentando inutilmente la manopola dello sportello che, naturalmente, non si apriva. Io lo guardavo terrorizzato non vedendo l'ora di mettermi al sicuro e scappare. Dopo interminabili secondi, Gianfranco si ricordò delle chiavi ed aprì guardandosi alle spalle come se da un momento all'altro qualcuno o qualcosa, dovesse uscire dal fondo dell’auto rovesciata correndo dalla nostra parte.

Ci in?lammo nella macchina impiastricciando di fango tutto l’interno. L’unica cosa che riuscimmo a pensare fu quella di arrivare il più presto possibile in un centro abitato e chiamare aiuto. I telefonini non c’erano ancora. Mentre vigliaccamente ci allontanavamo, scorgemmo un’altra auto che si avvicinava dietro di noi. Finalmente altra gente, pensammo. Avrebbero sicuramente aiutato i feriti e soprattutto noi stessi a superare quella invincibile barriera di paura che ci aveva in precedenza paralizzato l’anima e il corpo. Tornammo indietro. Mentre gli occupanti dell’altra auto si avvicinavano a quella capottata nel fango cercammo di anticiparli nel tentativo, forse, di redimere le nostre precedenti colpe. Aprimmo con facilità una portiera. Strano, pensai, non era bloccata (come nei film). Quasi con gli occhi chiusi e trattenendo il respiro, infilai il capo nell’abitacolo capovolto preparandomi al peggio. Per un attimo mi immaginai le sagome penzolanti come carcasse d’animali esposti nelle macellerie. Sentivo quasi l’odore di carne marcia. Ero pronto al peggio. Appena riavutomi dal disorientamento e dalla paura e soprattutto grazie ai raggi di luce della torcia elettrica portata dai conducenti della seconda auto, scoprii, forse con delusione, che l’interno dell’auto era vuoto e ciò che a me erano parsi dei corpi senza vita non erano altro che i sedili “a testa in giù”.

Cosa era accaduto lo realizzai solo dopo che mi ripresi dallo shock. Il conducente dell’auto uscita fuori strada, che non si fece niente, era andato nel frattempo in paese a chiamare soccorsi ed era ritornato a recuperare l’auto: era proprio quello con la torcia che faceva luce sugli oggetti personali sparsi tutto intorno al tetto rovesciato. Ci guardò con sospetto pensando forse che eravamo degli sciacalli in cerca dello stereo o di qualcosa di valore da portare via, non capendo, invece, il nostro profondo tormento. Io e Gianfranco ce ne tornammo a casa impiastriciati di fango sino alle ginocchia e l’appuntamento ad Avetrana saltò.

Da quell’episodio, dunque, tutto potevo diventare tranne che un bravo soccorritore. Come se il passato non esistesse più e come tutte le cose strane della vita, trascinato in parte dagli eventi e in parte indirizzato da inspiegabili pulsioni che portano a scelte in grado di segnarti per sempre l’esistenza, eccomi invece a fare l’infermiere. E non un infermiere qualsiasi, ma un infermiere di pronto soccorso, uno di quelli votati al soccorso nell’emergenza. Come se il passato non esistesse più. All’infuori delle abitudini alimentari, sempre presenti, ecco che scopro, ad un certo punto della mia vita, di voler fare il soccorritore.


 

III episodio - Il mio primo cadavere, un annegato. La morte bianca

Ricordo il giorno in cui per la prima volta mi sono trovato di fronte ad un cadavere, uno vero. Era il 10 o 11 agosto del lontano 1985, il mio terzo quarto giorno di lavoro. L’ambulanza di un presidio estivo di pronto soccorso, credo quello di San Pietro in Bevagna, non lontano dall’ospedale dove lavoravo, portò il cadavere di un annegato adulto restituito dal mare dopo diversi giorni di permanenza in acqua per lasciarlo nell’obitorio.

La curiosità fu troppo forte e, con gran parte dei miei colleghi, quelli ancora non “consumati” come il sottoscritto, accorremmo curiosi per vedere come si presentava un organismo rimasto sommerso in un liquido per così tanto tempo.

La cosa che subito mi colpì, ancor prima di entrare nella camera dell’obitorio, era il nauseante olezzo che si avvertiva già a diversi metri di distanza. Un putrido, molliccio, fradicio e impregnante odore che ti seguiva anche dopo, dando la sensazione di non riuscire più a liberartene e di cui ancora oggi ne conservo memoria olfattiva. L’altro particolare che segnò la mia mente di quel martoriato corpo fu il colorito della cute: bianco, totalmente candido.

Quel cereo aspetto provocato dall’azione dei sali presenti nell’acqua che avevano succhiato ogni sfumatura cromatica della pelle era interrotto da numerose ferite provocate probabilmente dal morso di pesci di piccole e medie dimensioni. Non aveva più i bulbi oculari né i genitali. Aveva invece conservata intatta tutta la peluria.

In seguito all’autopsia si seppe che la povera vittima era morta per asfissia a seguito di annegamento. Fisiopatologicamente lo si può spiegare in questo modo. La causa che aveva provocato la morte era stata un’asfissia con conseguente fermata del cuore (asistolia anossica, le cellule cardiache in assenza di ossigeno vanno incontro a sempre meno efficaci contrazioni sino alla paralisi). L’as?ssia, a sua volta, era stata provocata da un meccanismo di difesa di una parte dell’organismo. Della laringe, appunto che, pur di non far entrare l’acqua nel canale respiratorio era rimasta serrata sino alla terminale asfissia.

Imparai così con tempo a cercare una spiegazione alla morte di una persona. Può sembrare una perdita di tempo ma non lo è, anzi, è proprio capendo il meccanismo della fine di una vita che si può cercare in futuro di evirala. Qualche volta ci si sono riuscito, molte altre volte no.

 


 

Tra tutti gli episodi raccolti in questo libro, questo è quello che mi emoziona di più. Lo ritengo il più profondo e più corrispondente il mio carattere. Chi mi conosce e sa delle mie manie capirà il perché.  

 

Le foto ricordo 

Sarà il genere di lavoro che faccio che mi porta ad entrare dentro ai fatti della gente o forse una innata tendenza a trovare i particolari. Fatto sta che mi riesce a volte difficile non interessarmi dei dettagli più amari della vita della persone  che per il mio lavoro mi capita di conoscere e immergermi nei loro drammi. E quando questo accade, sto male. 

Un particolare, ad esempio, che mi tormenta, sono le foto. Le immagini che ritraggono i personaggi nelle case dove per lavoro mi ritrovo spesso. 

Gli interni delle abitazioni, si sa, non sono mai uguali agli altri. Ogni casa ha il suo stile, la sua storia raccontata da tanti piccoli e solo apparentemente insignificanti particolari. In tanti anni di soccorso a domicilio, mi è capitato di vederne di tutti i tipi e stili. Grandi, anguste, profumate, puzzolenti, luride, ricche, modeste e via di seguito. 

In ognuna di esse, però è sempre presente un dettaglio invariabile: le foto. Foto, ritratti, gigantografie, poster, foto tessera, ricordini di eventi tristi o di spensieratezza. Ve ne sono dappertutto e di tutti i generi. Foto ricordo, ricorrenze, paesaggi, di tutto. Scene di vita quotidiana che in pochi fotogrammi ti raccontano il vissuto di chi abita quella casa. Le foto che ognuno di noi mette in bella mostra in ogni ambiente della propria casa hanno lo straordinario potere di svelare in pochi attimi gli aspetti più intimi di una persona. 

Pensate, però, quanto quelle immagini possano essere tristi se rapportate ad un contesto molto diverso da quello raffigurato in quell’attimo rappresentato nella foto. 

E pensate ancora a quanta tristezza può contenere la foto sul comodino del matrimonio di chi sta esalando l’ultimo respiro. Oppure la tenera immagine di un papà che abbraccia con amore la propria bimba che non c’è più, oppure con i protagonisti invertiti. O ancora la vigorosa e fiera immagine del soldato che ostenta la sua sfrontata giovinezza appesa al muro vicino al letto di sé stesso malato, sofferente, vecchio, oramai spento e sfiorito. Pensate a quanto possa essere devastante una foto trovata nel portafogli* di un papà morto in un incidente che ritrae due splendidi bambini che giocano felici in un parco. (*Rovistare nelle tasche e nei portafogli ci serve per conoscere l'identità delle persone che non possono rispondere). 

Non so se ci avete mai pensato. Ogni foto ha un senso solo nel momento in cui la si imprigiona sulla pellicola. Un istante dopo quel “momento” non è più lo stesso. Immagini, situazioni, momenti che restano reali solo sulla carta o sullo schermo. Al di fuori di essa niente è più lo stesso. Nemmeno i pensieri evocati dai ricordi potranno mai eguagliare quei momenti. 

Così è diventata un’abitudine quella di guardare le immagini esposte in bella mostra nelle case di chi soccorro. Mi diverto a cogliere le somiglianze, a pensare ai collegamenti di parentela tra persone diverse presenti nelle foto e così via. Riesco a volte ad immedesimarmi talmente in ciò che rappresentano da immaginare i suoni, gli odori, le sensazioni che in quegli istanti possono aver provato i protagonisti di quelle foto. 

 

IV episodio - La foto sulla lamia 

Una sera fummo chiamati a domicilio per un malore. Ci fu spiegato da chi chiamava che la famiglia bisognosa d’aiuto non aveva telefono (ce ne sono ancora dalle nostre parti) e che per questo si erano rivolti ai vicini per chiamarci. 

La solita prassi: via, numero civico, condizioni del malato e via, in ambulanza. La zona la conoscevo bene. In quel quartiere aveva consumato la mia fanciullezza. Conoscevo tutti lì e mi chiedevo chi potesse essere ad aver bisogno d’aiuto. 

Arrivammo sul posto. Anche qui la solita scena. Capannello di curiosi vicino alla porta d’ingresso, luce della prima stanza accesa, gente che entra ed esce con affanno e la classica, immancabile persona sull’uscio che compie il consueto quanto precipitoso gesto: arrotola la tenda per alzarla (molto usata dalle nostre parti) come per far entrare o uscire qualcuno, ovviamente in barella. 

Un gesto che mi irrita. È come se con quel fare volessero dirmi: “ecco, io quello che posso fare l’ho fatto, ora tocca a voi fare il resto”. La strada la conoscevo, ci avevo giocato da bambino. Due isolati appena dalla mia casa d’infanzia. Conoscevo anche gli abitanti di quella. Gente molto umile. Una famiglia per la quale il destino non aveva riservato che amarezze. Una signora molto anziana, vedova di un marito morto molti anni prima quando io e il loro unico figlio - che conoscevo bene - eravamo poco più che scolari. Non ricordo la causa di quella prematura morte. Ricordavo però l’impressione che mi faceva, all’epoca, quel mio povero compagno di giochi senza più il papà quando noi tutti lo avevamo.

Entrammo in quella umile casa. Non me la ricordavo proprio così ma ora con odore di muffa e sporcizia. La prima stanza fungeva sia da ingresso che da stanza da letto matrimoniale. Notai subito l’immancabile foto ricordo in bianco e nero sul comodino: due giovani sposi, felici. Il letto, sciatto e cadente, con due cuscini. Sono sempre due anche se lo sposo non c’era più, forse perché togliere il suo significa tradire chi lo aveva usato. La stanza grande portava su un angusto disimpegno che apriva a due accessi. Da una parte la cucina e dall’altra una stanzetta, priva di finestre e con un letto addossato al muro. 

Lui era sdraiato lì, il mio piccolo amico, ormai cresciuto. Non era più lui. La solitudine e le difficoltà della vita gli avevano minato la ragione e il fisico. Erano molti anni che non lo vedevo. Era diventato obeso e succube degli psicofarmaci. L'unica via d’uscita da quella triste e squallida vita la trovava soltanto in quelle pillole. E quella sera ne aveva prese più del solito. Era vivo, ma privo di coscienza. Il respiro era debole. Gli sollevai il mento tirandogli all'indietro la testa per favorire il passaggio dell’aria attraverso il laringe che rischiava di tapparsi con la lingua appesantita dal tono muscolare compromesso. Mentre aspettavo il ritorno dell’autista che nel frattempo era andato a scaricare la barella notai quell’immagine sul comò di fronte al letto. Era il mio tormento: una foto in bianco e nero, inumidita e in parte ingiallita dal tempo che raf?gurava un bimbo dal viso aggraziato e dall’aria felice. Il paesaggio circostante era quello più usato, a quei tempi, per posare: le assolate e bianche lamie (terrazze) delle case basse, tutte uguali dei paesi. Il bimbo guardava con gli occhi nerissimi e vispi l’autore di quello scatto. Probabilmente era suo padre in uno degli ultimi istanti di vita prima che la sorte lo strappasse da quello sguardo. 

E via con i pensieri. Perché quella foto? Perché quel giorno? Cos’era accaduto? Il bambino vestiva gli abiti della festa. Di sicuro una ricorrenza particolare, un compleanno, un matrimonio, la prima comunione. Uno di quei momenti in cui si usa fermare il tempo in una foto. Avranno prima mangiato poi, da soli, lui e il suo papà, sono saliti sulla lamia per quel ricordo. Forse l’ultimo per tutti e due. 

Nel trasportare lo sfortunato amico in ospedale continuai a pensare a quel momento felice impresso sulla foto, a quegli occhi di bimbo felice, a ciò che essi avevano visto in quell’istante che non c’è più e che non c’è stato già un attimo dopo. Pensavo al destino che beffardo che aleggiava ancora in qualche angolo di quella ingiallita foto aspettando il compiersi delle amarezze che la vita avrebbe riservato ai suoi protagonisti, un destino sicuramente oscuro. Non potevano certamente immaginare in quell'istante felice immortalato dalla foto che il destino era per loro segnato: per il papà sarebbe stata una delle ultime volte che avrebbe incrociato lo sguardo luminoso della sua creatura e per il piccolo l’amaro destino di ritrovarsi a vivere una vita gretta e misera passata ad accudire e consolare una madre sempre meno giovane e sempre meno dolce con l’inutile speranza di riuscire, alla fine, a dimenticare quello sguardo sulla lamia.

La mia fantasia andava avanti senza freni mentre ci avvicinavamo all’ospedale. Pensai che il mio amico non era riuscito a non pensare a quello sguardo e forse quella sera, con quelle pillole ingoiate una dopo l’altra, aveva tentato di dare un ultimo disperato senso alla sua vita: raggiungere finalmente quello sguardo.

Arrivammo appena in tempo al pronto soccorso. Poco dopo il debole respiro si arrestò. Fu intubato e ricoverato in rianimazione. Ne uscì vivo dopo pochi giorni. Mi piace pensare che da lassù quello sguardo non aveva ancora esaurito la sua magica protezione. Da quel giorno ho incontrato più volte il mio amico ed ogni volta mi è tornata in mente quella foto ingiallita di un giorno di festa.

 


 

-- segue altro episodio--  (Domenica prossima)

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