San Pietro apostolo

Il Santuario di S. Pietro in Bevagna non è solo monumento fatto di pietre, ma anche monumento fatto di riti, preghiere, usi, credenze, leggende, comportamenti umani: un concentrato di religiosità popolare, un'emergenza folklorica.

Francesca Dinoi Quanto sei manduriano?
Manduria - sabato 29 febbraio 2020
Dipinto di San Pietro
Dipinto di San Pietro © fondazioneterradotranto.it

Invito i lettori a leggere questo interessantissimo libro: “San Pietro in Bevagna nella storia e nella tradizione, Giovanni Lunardi e Bianca Tragni, Ristampa anastatica con aggiornamento bibliografico a cura di Elio Dimitri, 2004” (scaricabile online http://www.pugliadigitallibrary.it/media/00/00/38/805.pdf).

Lo stralcio su cui mi sono soffermata appartiene al secondo paragrafo del volume e descrive la nascita del mito dell’apostolo Pietro in Bevagna e di tutti i riti e pellegrinaggi a lui dedicati.

La prima parte invece analizza dal punto di visto storico e sociale la struttura del santuario benedettino.

Questa opera racchiude la tradizione folkloristica e religiosa legata alla chiesa di San Pietro in Bevagna e la devozione dei fedeli che per millenni hanno narrato e trasmesso la storia del mito, corredata di gesti, oggetti comuni che diventano di culto, preghiere, dedizione e canti in dialetto manduriano.

Ci si immerge in un tempo e una realtà quasi onirici eppure esistiti. Marce religiose a cui probabilmente hanno partecipato i nostri nonni e bisnonni, i quali si armavano di rami, corone di spine e attrezzi da lavoro per invocare al Santo un po’ di pioggia che doveva servire a combattere la siccità nei campi.

Forniti quindi, non solo di oggetti ma di fede, devozione e umiltà: aspetti che caratterizzano l’anima di uomini che affidano al divino il loro destino e quello della loro terra.

Nella parte finale dell’opera vi sono, in corsivo, le litanie ripetute a bassa voce durante la processione. Una in particolare ha risvegliato in me il ricordo di mia nonna che recitava:

"Santu Pietru binidittu

c'a lu disertu stai,

tantu beni ti ozzi Cristu

ca ti tanoi li chiai;

tanni a nui lu Paradisu

tu ca n'hai la potistai."

Questa tradizione, per fortuna non è andata persa, infatti si rinnova ogni 5 anni l’appuntamento al Santuario di San Pietro in Bevagna e il pellegrinaggio verso Manduria con in braccio il prezioso dipinto del Santo e le fronde di ulivo.


Il Santuario di S. Pietro in Bevagna non è solo monumento fatto di pietre, ma anche monumento fatto di riti, preghiere, usi, credenze, leggende, comportamenti umani: un concentrato di religiosità popolare, un'emergenza folklorica.

1. Il mito di fondazione

Nel caso di S. Pietro il mito è quello dello sbarco del principe degli apostoli, intorno al 44 d.C., sulle spiagge di questo sito, a seguito del naufragio presso Taranto, della nave su cui viaggiava insieme ad altri condiscepoli (Marco, Andrea ed altri) per andare a compiere la sua missione a Roma.

La notizia è leggendaria perché lo sbarco e la presenza di S. Pietro è segnalata in moltissimi luoghi dell'Italia meridionale e soprattutto del Salento.

Naturalmente sono anche numerose le fonti storiografiche tarde a favore della tesi dello sbarco di S. Pietro direttamente in Bevagna come luogo della prima cristianizzazione da parte dell'apostolo Pietro che qui avrebbe per la prima volta battezzato e celebrato messa in Italia.

Qui interessa, come fonte folklorica, la forma e la lunga durata della tradizione orale che arricchisce il fatto con eventi miracolosi, come la guarigione del signore di Felline, il borgo più vicino alla terra di Bevagna, dominata da un castello (poi casale) il cui re, Fellone, essendo affetto da lebbra, si recò al fiume Chidro per bagnarsi nelle sue gelide acque ritenute a quel tempo salutari per uomini e bestiame infetto.

Certo a S. Pietro in Bevagna c'è il mare con le sue tempeste terrificanti dalle quali sarebbe venuto, miracolosamente, l'uomo di Dio; c'è il fiume limpido e breve già ritenuto risanatore dalle popolazioni locali. Ma entrambi non ci sembrano sufficienti, da soli, a creare una devozione così profonda e radicata, e una tradizione così lunga e ininterrotta. Qualcosa deve essere veramente successo in quel quinto decennio dalla morte di Cristo, perché questi pochi, poveri elementi naturalistici, potessero assurgere a ruolo di luoghi sacri degni di venerazione secolare.

Fatti, episodi e narrazioni successive confermano e rafforzano la sacralità data da Pietro a questa terra: nessuno può né togliere il cippo né celebrare messa su quella piccola pietra ove Pietro posò il Corpo e Sangue di Cristo nella sua prima messa in Italia, tanto che un vescovo che lo fece «per poca riverenza» ci restò morto; un piccolo dipinto sul legno raffigurante il mezzo busto di uno strano, rispetto all'iconografia classica romana, S. Pietro calvo, con uno sguardo un po' obliquo e un' aura piuttosto severa, che brandisce con la sinistra la chiave e con la destra tiene il Vangelo, viene addirittura attribuito a S. Luca e come tale lasciato personalmente in Bevagna da S. Pietro al momento della sua partenza a perenne ricordo della sua permanenza lì. Icona miracolosa da cui si impetrano e si ottengono grazie. Tanto che quando viene trafugato nel 1914 lo si ridipinge, a memoria, tale e quale, tanto il simbolo grafico è forte e inimitabile, pur nella sua piccolezza e modestia. In una ricognizione del quadro, si ritrova, sotto le tavole, un legno antico e corroso che ripete, a mo' di sinopia, i lineamenti sbiaditi dell'apostolo, tali e quali a quelli del dipinto «di facciata» quasi a dimostrare l'originale impronta delle sembianze del Santo, che a nessun artista di nessuna epoca è consentito cambiare secondo il suo estro.

Anche il fiume, la cui acqua servì ai primi battesimi, acquista un valore sacrale o quanto meno di rimembranza dell'evento sacro: piccole pietre in esso pescate erano chiamate «lacrime di S. Pietro» e conservate come reliquie perché considerate la pietrificazione di quelle lacrime che S. Pietro versò sul Chidro ove si raccoglieva in penitenza e in espiazione della sua grande colpa: aver tradito il suo Maestro la notte in cui fu preso prigioniero.

Lacrime che la leggenda amplifica al punto da considerarle causa della nascita stessa del fiume.

Ancora oggi, se non oggetto di culto, oggetto di ricerca di questo dettaglio del mito sono delle piccole conchiglie a forma di cornetto, chiamate dalla gente del posto, ancora «lacrime di S. Pietro». Come «orecchie di S. Pietro» sono chiamate anche le conchiglie monovalva e «palle di S. Pietro» alcune formazioni vegetali di alghe secche, stoppose e rotonde; e «barba di S. Pietro» le stesse formazioni oblunghe che, sfrangiate, somigliano ad una barba, un tempo usata come emostatico, con evidente credenza magico-sacrale e non certo medico-scientifica.

Dunque fiume, mare e terra in Bevagna sono pieni del mito di fondazione del culto di S. Pietro.

2. Il culto

Tale culto si è espresso «ab antiquo» con la erezione di una piccola cappella per conservare la famosa pietra (ara, altare) consacrata con la prima Messa di S. Pietro; il piccolo fonte battesimale, anch'esso in pietra, che si dice usato dal Santo per i primi battesimi; e infine il famoso ritratto del Santo, dipinto su tavola, di cui si è già detto. Intorno a questi tre oggetti (altare, fonte battesimale, quadro), divenuti reliquie, si sviluppa tutta la devozione di un popolo, per il quale la storicità e autenticità degli stessi non ha nessuna importanza. E ogni volta che la cappellina viene distrutta, dal tempo o dalle incursioni saracene, essa viene ricostruita, magari più grande, man mano che la quantità dei pellegrini aumenta e le autorità ecclesiastiche (Andrea arcivescovo di Brindisi, nel 975) sentono il bisogno di offrire ricovero, in quella landa deserta, ai devoti pellegrini che ancora oggi chiamano «lu disiertu» la dimora di S. Pietro. Sorgono così modeste casette e «suppenni» (tettoie) per ospitare i pellegrini: primo nucleo del borgo che poi diventerà il paese di S. Pietro in Bevagna.

Quanto alle pratiche religiose in cui il culto si manifestava, esse consistevano soprattutto in tre para-liturgie: le perdonanze, i pellegrinaggi e la processione penitenziale per impetrare la pioggia.

Tutte sono in qualche modo legate al mito di fondazione e ad alcuni suoi dettagli, fissati dalla memoria popolare o inventati dall'immaginazione collettiva.

Le perdonanze ricordavano le penitenze fatte da S. Pietro sul fiume Bevagna, dove versò calde lacrime chiedendo perdono a Gesù per averlo rinnegato tre volte.

Le perdonanze sono dunque un comportamento imitativo e perpetuativo di quello paradigmatico del taumaturgo: come S. Pietro venne in questo luogo a far penitenza, così i suoi devoti verranno periodicamente in questo luogo a far penitenza, per espiare i loro peccati.

Consistevano in visite speciali al Santuario, fatte in giorni speciali con cui si lucravano le indulgenze plenarie concesse dai Papi. Sono gesti e preghiere che, rievocando fatti miracolosi, tendono a ripetere il primigenio miracolo del perdono e della salute dell’anima e del corpo: si facevano i primi tre giorni di aprile, data dello sbarco di S. Pietro in Bevagna, poi furono estesi ai tre giorni che precedono l'Ascensione di Cristo (la partenza, il distacco del Taumaturgo dal suo popolo) e ai giorni della ricorrenza liturgica dei SS. Pietro e Paolo il 29 giugno.

Il comportamento penitenziale era il seguente: il fedele che giungeva pellegrino al Santuario, si inginocchiava ai due lati della chiesa e ne baciava le mura, indi recitava il Credo. Poi faceva lo stesso dagli altri due lati, il retro e il prospetto della chiesa. In tutto tre volte, per ricordare i tre anni che S. Pietro stette con Gesù. Entrato nel Santuario egli si inginocchiava e pregava il Signore con una formula in latino predisposta dalle autorità religiose. Poi recitava il Gloria al Padre per nove volte per ricordare i nove anni in cui S. Pietro governò la chiesa di Antiochia, prima di giungere in Bevagna. Poi la preghiera solenne al Principe degli Apostoli e la richiesta della grazia. Poi le litanie e l'Oremus classico conclusivo. Finite tutte queste preghiere, il devoto usciva dalla chiesa e visitava le cinque croci piantate sui cippi intorno al Santuario.

Questo di portare e piantare delle croci sui cippi era un uso antico che facevano tutti i pellegrini, per cui è da immaginarsi un gran numero di croci provvisorie nel vasto piazzale che circonda la chiesa. Donde la sua limitazione da parte delle autorità a cinque fisse e uguali per tutti. Passando da una croce all' altra il penitente doveva recitare cinque Paternoster, in modo da totalizzarne venticinque in ricordo dei venticinque anni che S. Pietro dimorò a Roma come capo della chiesa Romana e Universale. Ad ogni stazione andava recitato il Credo. Infine nella funzione della sera si recitava il Rosario, alcune preghiere ancora delle Perdonanze fatte al mattino e si dava la Benedizione al popolo con la S. Pisside (quest'ultimo rito fu disposto nel 1901 dal Vescovo di Oria).

Così finiva il culto delle Perdonanze, formidabile rito capace di intrecciare e fondere la funzione magico-cabalistica dei numeri, quella didascalico-pedagogica di conoscere la vita di Cristo e di S. Pietro; quella religioso-teologica di espiare i peccati attraverso una penitenza non grave ma fortemente simbolica, fatta di parole, gesti e percorsi codificati e cogenti; e quella fondamentale di rafforzare la fede in Dio.

Ma il miglior sigillo popolare all'efficacia di questa devozione viene dal motto «L' unu, lu toi e lu treti t'aprili, jati a ci ni eni a troa» (l'uno, il due e il tre di aprile, beato chi ci viene a trovare).

3. La processione per la pioggia

Il rito e la tradizione più forte rimane però quello della processione penitenziale nei momenti di siccità fatta da S. Pietro a Manduria a piedi, da masse di popolo, per portare il ritratto miracoloso del principe degli Apostoli accanto ai SS. patroni Gregorio e la Madonna Immacolata, tutti invocati e pregati per la pioggia.

Anche questo rito ha i suoi tempi e i suoi modi codificati.

I tempi: non ha una periodicità fissa, in quanto è legata ai tempi della siccità; ma mediamente può farsi ogni sei o sette anni. Cosa che rende più lontano e più mistico il ricordo e l'attesa.

I modi: i tridui, le novene, l'uscita dei SS. Patroni, e infine la «presa» di S. Pietro e il suo trasporto processionale, solenne, arboreo fino a Manduria e la sua restituzione altrettanto solenne sancita da un verbale fra Sindaco e Abate.

Descriviamo qui tale processione come la rilevammo nell' edizione del febbraio 1989:

Non piove da moltissimi mesi: la siccità diventa un flagello.

«Sa cacciari San Gricoriu» (si deve uscire San Gregorio), dicono a Manduria. Dalla voce e dalla volontà popolare nasce il rito. Nella chiesa matrice si espone la statua del patrono e si fanno tridui di preghiere. Ma la pioggia non viene. «Sa cacciari la Mmaculata». Nella cappella dell'Immacolata si espone la statua dell'altra protettrice, cui si dedica il digiuno a pane e acqua. Ma nonostante i tridui, nonostante i digiuni, la pioggia non viene. A mali estremi, estremi rimedi: «sa sci pijari Santu Pietru» dicono a Manduria. E vanno a prendere il quadro miracoloso di S. Pietro dal suo piccolo antico santuario sul mare, in Bevagna. Egli è dunque signore dell'acqua. Egli farà venire la pioggia. E se pioggia non verrà, comunque abbondanza di raccolto sarà.

Da questa fede semplice, profonda, irremovibile nasce il rito e con esso la volontà di penitenza che lo anima. Andare a prendere il Santo a dodici chilometri dal paese significa fare tutta quella strada a piedi portando sulle spalle non solo il simulacro, conteso da una breve ma intensa gara in cui si aggiudica l'onore la «deputazione» che offre di più (sei milioni nell' edizione del 1989); ma anche il peso di altarini preparati in proprio da famiglie, gruppi o interi quartieri; e infine il peso di un sasso, di un macigno (un tempo, quando per penitenza si usavano anche corone di spine e cilici) o di un ceppo, di un tronco, di un ramo, di un albero.

Così a poco a poco questa processione penitenziale è diventata una processione arborea. Ma non fa parte dei culti arborei che pure pervadono tante altre feste popolari primaverili. L'albero qui non è oggetto di culto o di festa, non simbolo di rinascita e fecondità ma di quel verde che solo l'acqua può dare alla natura.

Qui è soprattutto un oggetto di penitenza, anche se attualmente ridotto per i più solo a un simbolo.

Quando non c'erano gli attuali veloci mezzi di trasporto, si partiva sin dalla notte, a piedi o in traino, per raggiungere la marina, bivaccare nel bosco o sulle dune e trovarsi all'alba alla funzione religiosa. Dopo la Messa si benedice il pane, offerto dai devoti: più di sette quintali. Anche questo fa parte dell'ideologia del sacrificio che presiede a tutto il rito: offrire al santo il pane o il grano o il lavoro per prepararlo.

Offrire anche l'acqua, grosse autobotti decorate con frasche e sacre immagini, che dissetano i pellegrini stanchi e sudati per il tragitto, che si fa a piedi, a digiuno, cioè solo a pane e acqua, secondo il digiuno dell'Immacolata, per quasi dodici ore di marcia.

Intorno a questa struttura penitenziale e devozionale si sviluppa poi la fantasia popolare. Ciascuno crea e decora il suo altarino nel modo che gli sembra più bello: chi con le canne chi col ferro battuto, chi con i fiori, chi con i nastri, chi con sterpi secchi per ricordare la siccità. Anche il bastone da pellegrino viene decorato con pennacchi di canne o ciuffi di rami e frasche d'ogni tipo, dal ginepro alla tuja, dall' eucalipto alla mimosa, dall'ulivo alla quercia, dall' alaterno alla fillirea.

Tutto questo verde sembra un'invocazione visiva alla pioggia che rinverdisce i campi riarsi.

Così il corteo sacro procede, tra frasche, immagini del santo, altarini, canti e preghiere. È molto numeroso e variopinto.

Il pellegrinaggio è lungo, dura fino al tardo pomeriggio. Il pellegrinaggio è faticoso: la strada è in salita, si canta, si porta il peso addosso. Ogni tanto bisogna fermarsi. Le tappe coincidono con la distribuzione del pane benedetto e dell'acqua: a «li Piacintini», a «la Campanedda» e «alla Culonna», due masserie e una edicola sacra. A volte è lo scoppio di due grossi petardi, rito che si ripete sei volte ad annunciare l'avvicinarsi della processione alla città.

In queste tappe, agli incroci della strada si innestano, quasi a spina di pesce, anche altri gruppi di fedeli provenienti da paesi vicini come Avetrana, Uggiano, Maruggio. Così il corteo si ingrossa, diventa enorme, specie lì dove si mettono alla testa della processione «gli uomini del bosco».

Sono devoti che, alla prime luci dell'alba, anzi durante la notte, si sono recati nel bosco Cuturi, lungo la strada, a tagliare un ramo o un tronco da portare in processione. Accesi dei fuochi di bivacco, attendono il corteo e nel frattempo preparano l'oggetto, sfrondandolo, lasciandolo con una o due cime, a forcella, ricavandone una croce o altre fogge. Un pezzo di legno corto inchiodato di traverso in basso, consente una comoda presa per tenere il tronco poggiato sulle spalle e sul petto. Le cime vengono decorate con nastri, carta colorata, bandiere, effigi del Santo e soprattutto oggetti di lavoro (falce, roncola, falcetto, ditali da mietitura, campanacci) e oggetti da pellegrino come la bisaccia per il pane, la lanterna per la notte, la borraccia o «lu mmili» di creta per l'acqua, qualche verdura di companatico e soprattutto le chiavi, simbolo del potere di S. Pietro.

Avvicinandosi il corteo a Manduria, tutti quelli che erano in casa sono usciti per venirgli incontro: «una fiumana». Il sindaco ha preso ufficialmente in consegna il quadro con un regolare atto notarile rogito dal segretario comunale in cui entrambi si impegnano a restituire, con le stesse modalità, il quadro al Santuario.

Poi S. Pietro è andato a prelevare l'Immacolata nella sua cappella, come atto di omaggio, e insieme sono stati accolti da S. Gregorio sul sagrato della chiesa matrice. Sono entrati tutti e tre e lì resteranno esposti a lungo alle preghiere dei fedeli.

Occasioni come queste danno il senso delle radici di tutti, contadini e intellettuali, chierici e laici, credenti e non.

Tratto dal libro: "San Pietro in Bevagna nella storia e nella tradizione, Giovanni Lunardi e Bianca Tragni, Ristampa anastatica con aggiornamento bibliografico a cura di Elio Dimitri, 2004"

Francesca Dinoi

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