Il Tarantismo in Manduria e dintorni - Parte 4

Il tarantolismo nelle osservazioni dello studioso manduriano Michele Greco

Gianfranco Mele Tarantismo, stregoneria, sessualità e peccato nella Manduria e nel Salento del '700
Manduria - martedì 08 ottobre 2019
Michele Greco
Michele Greco © La Voce di Manduria

A cura di Gianfranco Mele

Michele Greco nasce a Manduria nel 1887. Nel 1912 si laurea in Medicina e Chirurgia presso l'Università di Napoli e successivamente si specializza in Oculistica. Svolge la carriera di Medico, Ufficiale Sanitario, Oculista. Pur continuando la sua carriera di medico, nel 1922 è nominato Regio Ispettore Onorario per i monumenti, gli scavi ed oggetti d'antichità e d'arte per il mandamento di Manduria e Sava. Si interessa anche di arti popolari e di rappresentazioni vernacolari curando testi teatrali, e prende parte attiva alla Pro Loco manduriana. A partire dal 1943 fa parte della Società di Storia Patria per le Puglie. Nel 1948 è Direttore della Blblioteca Marco Gatti di Manduria. Si interessa attivamente di medicina, di storia, storia locale, arte, archeologia e scrive di questi argomenti su giornali e riviste. Si spegne in Manduria nel 1965.

Nel 1912 Michele Greco portava a termine il suo manoscritto intitolato “Superstizioni medicamenti popolari tarantolismo”, che, nel proemio, lui stesso presenta come studio delle credenze e della medicina popolare locale, composto di note e informazioni tratte direttamente dal popolo. Un lavoro di stampo etnografico, dunque, arricchito di comparazioni e citazioni provenienti dagli studi e dalla cultura del Greco, che spaziavano in diverse discipline. Un capitolo intero di questo prezioso trattato è dedicato, come si evince dal titolo stesso, al tarantolismo, argomento sul quale il Greco si sofferma ampiamente descrivendo il fenomeno, con ampi riferimenti e rimandi anche alla letteratura medica sul tema: cita difatti i lavori dei medici settecenteschi Giorgio Baglivi e Nicola Caputi, e quelli del grottagliese Ignazio Carrieri, che nel 1893 aveva pubblicato un saggio medico sul tarantolismo pugliese.

Michele Greco utilizza per definire il tarantismo, alternativamente i termini tarantolismo e ballismo. Nella nosografia neurologica, questo termine, che proviene dal grecoβαλλισμός = «danza», è riferito ad una sindrome caratterizzata da movimenti involontari, violenti e irrefrenabili della muscolatura, ora scattanti, ora lenti, ma sempre incontrollabili. La formazione e le competenze mediche del Greco, dunque, lo spingono ad inquadrare e a descrivere il fenomeno, oltre che da un punto di vista folkloristico-etnografico, da quello medico. Tuttavia, il Greco non si sbilancia in conclusioni ed interpretazioni di natura clinica, sottolineando già nell'introduzione allo scritto che non intende farlo, e rimarcando, nelle conclusioni, che sul tarantolismo

“... tanti osservatori antichi e recenti clinici si sono sbizzarriti, alcuni affermandone l'entità altri negandola recisamente. Io non intendo, in alcun modo, per l'indole del mio lavoro, entrare nella contesa: è certo però che ancora un esatto ed esauriente studio di questa forma morbosa (se se ne toglie il lavoro già citato del Dott. Carrieri) e della sua cura popolare non è stato ancora fatto sia dal lato clinico che dal lato folkloristico”.

Già dalle righe introduttive del lavoro del Greco, su può evincere come a inizi Novecento il fenomeno sia ancora molto vivo e presente nei nostri paesi:

“... la taranta, è ritenuta nociva per il suo morso specialmente nei mesi da maggio ad agosto. In questi mesi non passa giorno in cui nelle piazzette, nei vicoli, nei cortili dei nostri paesi non si oda la nenia caratteristica del violino o del tamburello che accompagnano il ballo cui si assoggetta colui che è stato morsicato”.

Un fenomeno di ordinarietà e frequenza giornaliera ancora nel 1912 dunque, stando alle parole del Greco (in estate, nei mesi “classici” del tarantismo). Nel passo successivo, il Greco riferirà di una prevalenza femminile tra i soggetti “morsicati”, anche se, preciserà, vi sono tarantati maschi e femmine. Altre annotazioni interessanti, e che trovano conferma nel resto della letteratura sul fenomeno, sonoquelle che il Greco osserva rispetto al rituale dell'uccisione della tarantola e alle relative credenze:

“la puntura della tarantola non sempre è avvertita dal paziente (e intendo con questo nome uomo o donna che sia, sebbene in prevalenza gli oggetti della morsicatura siano le donne); quando se ne accorge, egli avrà cura di uccidere la tarantola (e questo è un fatto che ha grandissimo peso nella cura del ballismo; chè se ciò non avviene la malattia si prolungherà per anni e anni) e poi succhiare a lungo e diligentemente la ferita, sovrapponendovi del succo d'aglio o di limone”.

Ma, precisa poi il Greco, questa cura locale con aglio e limone, e tutte le altre che potrebbe consigliare un medico, sono usate con scarsa fiducia dal paziente, poiché per lui, e per il popolo, ciò che ha il potere di guarire le manifestazioni morbose della puntura del ragno, sono la musica e la danza! La cura sarà affidata, perciò e comunque, “alli sunatùri”.

Dal tarantolismo, prosegue il Greco, possono essere presi tutti: “uomini e donne, bambini, giovani e vecchi”. Tutti, anche quelli che non credono né nel tarantolismo né nel ballo come cura, alla fine possono essere “morsicati” e comportarsi da tarantolati:

“Si raccontano dalle zelanti comari dei fatti – e si citano anche i nomi – di persone che irridevano e non credevano al tarantolismo e che, presi anche loro da tal malattia, si son rifugiati in campagna a ballar di nascosto”. Nei “rari casi in cui il ballo è riuscito inefficace”, prosegue il Greco, “sono stati guariti da un pellegrinaggio al santuario di S. Paolo di Galatina o da una buona dose di legnate dell'impaziente marito”.

La credenza popolare secondo cui la tarantola sarebbe sensibile alla musica (“la taranta oli li sueni!”) secondo il Greco è confermata da alcuni studi naturalistici. Sta di fatto, annota lo studioso, che

“si dice che il falangio, quando non è ucciso, danzi insieme con la sua vittima al suon del violino e si narra che molti contadini hanno fatto uscire dalla sua buca l'aracnide, canticchiando uno dei tanti motivi che fan parte delle danze del tarantolismo”.

Secondo le interpretazioni popolari del fenomeno raccolte dal Greco, ciò che spinge il tarantato a danzare è la tarantola stessa, con la sua voglia di danzare e la sua reattività alla musica, che trasmette al “morsicato”: qui, lo studioso manduriano sembra far luce su quella interpretazione del tarantismo come possessione che sarà veicolata da studiosi successivi. Scrive, al proposito:

“... si crede dal volgo che il fenomeno del ballismo non sia causato da una vera entità morbosa sotto cui soggiace la vittima: ma è la tarantola che, volendo danzare, spinge l'infermo a movimenti 'incoordinati' ed incomposti: movimenti che si regolarizzano solo quando la tarantola stessa ha trovato il motivo adatto alla danza”.

Il Greco prosegue poi rilevando che esistono casi in cui non c'è un nesso reale tra le manifestazioni di “ballismo” e il morso del ragno:

”molte volte alcune giovanette si son date sfrenatamente alla danza senza alcuna ragione e si è notato che questi casi accadono ordinariamente ove già un infermo di tarantolismo esperimenta la sua cura danzante. Si possono trovare due o tre affetti di tarantolismo nella stessa via e che hanno seguito il primo di pochi giorni. E poi anche nelle vie vicine in modo da dar l'idea di un focolaio morboso che abbia dato luogo nei vari giorni a vari casi della stessa malattia. Io stesso ho potuto osservare in una stessa famiglia due casi di tarantolismo e ricordo che, mentre la figlia danzava sulla via, la madre, a cui i sintomi si erano manifestati due giorni dopo, ballava chiusa in casa, seguendo la musica che serviva per la figlia”.

Citando sia il Baglivi che gli studi del Carrieri, il Greco distinguetra casi di probabile aracnidismo e casi di simulazione:

“ordinariamente son questi i casi notati già dal Baglivi, e che forse devono essere interpretati come fenomeni di suggestione in un terreno isterico, che guariscono rapidamente, come ho già precedentemente accennato, in una sola seduta, sotto i colpi ben assestati del randello maritale”.

Dopo aver distinto (ribadendolo anche in una nota a margine con citazione di un lavoro del Carrieri) tra vere tarantolate e casi di simulazione causati da isterismo, il Greco passa poi ad una rapida descrizione della sintomatologia:

“nel punto ove il morso è avvenuto può o non può avverarsi gonfiore. Alcuni sentono un dolore intenso come trafitture, che si accentuano di giorno in giorno accompagnandosi con la flogosi della parte lesa: altri non risentono nulla sino a che non compaiono i fenomeni generali. Questi nell'un caso o nell'altro sono caratterizzati da intense cefalee, vertigini, irrequietezza, malessere generale e da un bisogno intenso ed irrefrenabile di muovere ed agitare in tutti i sensi gli arti e il capo. La vittima del falangio pugliese dopo questi primi fenomeni morbosi, si appresta al ballo e vi si assoggetta come ad una necessità, al di fuori della quale non v'è altra via di salvezza”.

Successivamente, il Greco descrive il rituale e lo scenario del rituale. Tra i particolari importanti che emergono, si deve osservare come nei primi del novecento persisteva ancora nei nostri paesil'usanza di svolgere il rito non necessariamente in casa ma per strada, “nella via”, usanza che già il De Martino non riscontrerà più, con la sua ricerca condotta nel 1959 (ricerca che, peraltro, non tocca Manduria e altri paesi della provincia di Taranto):

“si chiamanu li sueni (si chiamano i suoni cioè i suonatori) che, ordinariamente, son composti di un violinista e una suonatrice di tamburello, la quale ha anche il compito di accompagnare col canto la danza salutare. L'infermo sceglie il posto ove deve danzare; ordinariamente è un tratto di via vicino alla sua casa. Attorno attorno vi si stendono su corde tese dei fazzoletti a rosoni e a svariati colori, tra cui predominano il giallo, il rosso, il verde”.

Nel rito descritto dal Greco è presente anche l'arredo di tipo “arboreo” sulla descrizione del quale si soffermerà anche il De Martino: tralci di vite e mazzi di erbe odorose son posti come elemento decorativo del rituale, e se i tralci “coperti di pampini verdi” richiamano gli scenari delle antiche feste bacchiche, come osservano ripetutamente diversi autori, e le erbe sembrano svolgere, anche nelle annotazioni del De Martino, il ruolo di una sorta di “aromaterapia” di supporto, è vero anche (ma su questo aspetto mi soffermerò in altra occasione) che determinate erbe come quelle qui appresso citate, il basilico e la menta (e altre come la ruta, presenti nelle ricostruzioni di altri osservatori), erano anche erbe impiegate sin dall'antichità nella cura degli avvelenamenti causati da punture e morsi di animali “velenosi”:

“tutt'intorno, ma sempre a volontà dell'infermo, si stendono dei tralci di vite coperti di pampini verdi e di mazzi di basilico e di menta, e la gente fa circolo attendendo che l'infermo cominci la danza”.

Nella descrizione del Greco, altro elemento interessante è nel fatto che non solo i presenti o i musicisti “fanno cerchio” attorno all'infermo, la cosiddetta “ronda” o “rota” che costituisce il perimetro cerimoniale descritto più volte nelle varie e numerose dissertazioni dei diversi autori sulla coreografia del tarantismo: qui, sono i tarantati stessi che a volte tracciano un cerchio sul terreno, all'interno del quale svolgeranno la loro danza. Questa tracciatura è tipica della magia cerimoniale medievale ed è utilizzata come forma protettiva per tenere fuori dal cerchio stesso le energie negative e malvage. Appare anche nella descrizione del Greco il catino o il vaso colmo d'acqua come elemento del rito, e in questa descrizione il tarantato vede o“cerca la tarantola” nell'acqua:

“alcuni tracciano sul terreno un cerchio entro cui danzeranno per ore intere senza mai oltrepassarlo: altri si fanno portare un vaso pieno d'acqua, in cui si dice cercheranno la tarantola”.

Il Greco passa poi a descrivere sommariamente gli atteggiamenti dell'infermo, l'inizio del rituale, e soprattutto la reazione del tarantato alla musica:

“gli atteggiamenti e le movenze sono quanto di più caratteristico si possa immaginare e chi ha visto per una sol volta danzare le nostre tarantate non potrà dimenticarle mai. L'infermo attende con gli occhi fissi a terra, in piedi o seduto, che la musica incominci e già la coppia del violinista e della suonatrice di tamburello hai primi accordi. Ma non sempre accade che l'inizio dei suoni coincida con quello della danza: l'infermo non accenna a muoversi ed i suonatori son costretti a cambiare 'motivo'”.

Anche qui emergono particolari interessanti, fra i quali una complessità (numerica) dei motivi musicali che contraddice le spiegazioni date dal violinista Mazzotta a Luigi Giuseppe De Simone, che nel suo saggio del 1876 intitolato Il ballo (la Taranta, la Pizzica-Pizzica, la Tarantella), scrive di un impoverimento dei motivi musicali nel territorio tra Manduria e Sava, ridotti “ad un solo motivo” (la qual cosa avrebbe portato il Mazzotta a desistere dal recarsi a “curare” le tarantate in questi ed altri paesi dove si era persa “la vera tradizione dell'arte” in quanto la gente non sarebbe stata più recettiva ai “dodici temi, che danno dodici motivi (muedi)”. Il Greco individua invece ben 21 temi che corrispondono a “21 specie di tarantole”, ciascuna delle quali predilige un motivo in particolare, e di conseguenza influenza i “gusti” del malato:

“la ricerca del 'motivo' ha una importanza capitale nella danza del tarantolismo. Si crede che 21 siano le specie di tarantole che possono nuocere, e ciascuna di queste ha il suo motivo speciale, senza il quale essa non spinge l'infermo a danzare e quindi i poveri suonatori di violino devono provare di fila tutti i motivi sino a che non abbiano trovato quello giusto: quello che vada a sangue al tarantato”.

BIBLIOGRAFIA

Michele Greco, Superstizioni medicamenti popolari tarantismo, manoscritto, 1912; ried. a stampa Filo Editore, Manduria 2001, (a cura di R. Contessa)

Nicola Caputi, De tarantulae anatome et morsu, Lecce, 1741

Giorgio Baglivi, Dissertatio de anatome morsu et effectibus tarantulae,Venezia, 1754

Ignazio Carrieri, Il tarantolismo pugliese, Giornale Medico “Gli incurabili”, anno VIII, 1893

Ernesto De Martino, La Terra del Rimorso, Il saggiatore, Milano, 1961

Lugi Giuseppe De Simone,Il ballo (la Taranta, la Pizzica-Pizzica, la Tarantella), in “La Rivista Europea” 1876

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