Il Tarantismo in Manduria e dintorni - Parte 1

Nel suo viaggio sul tarantismo, il De Martino, che compie la sua celebre ricercain una parte del territorio leccese e brindisino, sfiora la provincia di Taranto fermandosi solo fino ad Avetrana...

Gianfranco Mele Tarantismo, stregoneria, sessualità e peccato nella Manduria e nel Salento del '700
Manduria - lunedì 06 maggio 2019
Michele Greco, foto E. Massafra, dal testo “Superstizioni medicamenti popolari tarantismo” edito da Filo
Michele Greco, foto E. Massafra, dal testo “Superstizioni medicamenti popolari tarantismo” edito da Filo © La Voce di Manduria

Di Gianfranco Mele

Introduzione

Nel suo viaggio sul tarantismo, il De Martino, che compie la sua celebre ricercain una parte del territorio leccese e brindisino, sfiora la provincia di Taranto fermandosi solo fino ad Avetrana; tuttavia, non solo diversi autori del passato ci permettono di risalire anche alle manifestazioni e alle caratteristiche del tarantismo su Taranto e provincia, ma esistono, per quanto sparse, diverse testimonianze riguardanti Manduria e limitrofi. E se Alfredo Majorano nel 1950 ci offre uno spaccato del tarantismo a Lizzano, possiamo ricavare una serie di dati riguardanti paesi come Manduria e Sava, da documenti del passato, dai lavori del Gigli e del Greco di cui parleremo ampiamente, e da un lavoro del sottoscritto di recente pubblicazione sulla rivista “Il Delfino e la Mezzaluna” edita dalla Fondazione Terra d'Otranto. Con una serie di interventi, sintetizzerò queste informazioni.

Come i cultori dell'argomento già sanno, il De Martino nella sua opera “La Terra del Rimorso” fa in realtà un breve cenno al tarantismo nel territorio manduriano e savese,ma per rimarcare quanto scrisse già il De Simone nel 1876. In un articolo dal titolo Il ballo (la Taranta, la Pizzica-Pizzica, la Tarantella), apparso in quell'anno su “La Rivista Europea”, lo storiografo e studioso di folklore leccese Luigi Giuseppe De Simone si sofferma a descrivere la figura del violinista cieco di Novoli, Francesco Mazzotta, il quale gli riferisce che a Melendugno, Sava, Manduria, Martina, S. Giorgio, Lizzano ecc. “manca la vera tradizione dell'arte”. Questo perchè, sempre secondo il Mazzotta, Novoli sarebbe stata una sorta di patria elettiva del tarantismo e della musica per le tarantate, mentre nei sopracitati paesi la tradizione si sarebbe persa fino a ridurre ad un solo motivo le arie terapeutiche: e, per questo motivo, il Mazzotta si rifiutava di portare la sua musica in soccorso delle tarantate e dei tarantati di questi paesi.

Vedremo invece, che al di là del campanilismo del Mazzotta, non solo la tradizione del tarantismo e delle musiche per il tarantismo in questi territori era ancora viva tra metà e fine Ottocento, ma rivestiva anche una notevole complessità rituale.

Prima di congedarci dal De Simone e andare oltre, si può notare che lo storiografo leccese cita, nel suo articolo, un canto che è il seguente:

“Mariola Antonia! Mariola te lu mare!

Taranta Mariola pizzica le caruse tutte quante !

Pisce frittu e baccalà e recotta cu lu mele,

maccaruni de Simulà.

( la tarantata risponde, esclamando):

Ohimme! Mueru! Canta! Canta!”

Rispetto a tale canto, ricordo un motivetto analogo accennato in Sava dalla generazione dei miei nonni (perdurato quindi, per loro bocca, ormai anziani, fino agli anni '60) del quale le strofe finali (le prime non le ricordo) erano:

“… pesci frittu e baccalà, e ricotta cu lu meli, Ton Pascali cu la mujèri...”

A.B., savese di oltre 60 anni, mi ricorda una strofa del motivetto, in una versione identica a quella raccontata dal De Simone:

“pesci frittu e baccalà, e ricotta cu lu meli, maccarruni ti semula...”.

Diciassette anni dopo lo scritto del De Simone, sarà proprio un manduriano, lo storico e studioso delle tradizioni Giuseppe Gigli, a offrirci un quadro minuzioso e denso di particolari dello scenario legato al rito del tarantismo locale. La descrizione che ci lascia il Gigli, e che analizzeremo in un prossimo articolo, documenta l'esistenza di un fenomeno, attorno al 1893 (anno di pubblicazione del lavoro dello scrittore manduriano), che è lungi dal poter essere considerato come un fenomeno affievolitosi e rimaneggiatosi dal punto di vista rituale e musicale. Dopo il Gigli, un altro manduriano, Michele Greco, affronta con un dettagliato scritto il tema del tarantismo, e siamo nel 1912. Anche il testo del Greco è ricco di informazioni e di particolari interessantissimi, e merita perciò di essere ampiamente citato ed analizzato a parte, in altro articolo dedicato. Anticipando qui una piccolissima parte della sua trattazione, voglio solo evidenziare alcune strofe pubblicate dallo scrittore manduriano: alcuni versi di una taranta locale, e i versi tarantini che il Greco riprende da un canto riportato da Alessandro Criscuolo nel libro di novelle Ebali ed Ebaliche (1887).

Il frammento della taranta manduriana riportato dal Greco è il seguente:

“(Addò t'è pizzicata la taranta)...

addò t'è pizzicata cu sia ccisa

Intra alla putèa ti la camisa...”

Strofe identiche a quelle qui sopra riportate, le ho ritrovate in una versione più completa e recitatami a Sava da una anziana donna savese verso la fine degli anni '80 o inizi '90, con intercalari e versi che non si discostano molto da quelli di canti raccolti in Lizzano, S. Marzano e, più recentemente, in Manduria stessa.

Il canto tarantino riportato dal Greco (e ripreso a sua volta dal Criscuolo), invece, è il seguente:

“T'ha pizzicata, t'ha muzzicata

la tarantola avvelinata?

Vola, vola!

Cu lu suono e cu lu cante

l'accidime a tutti quanti,

tutti quanti li viermi brutti, tutti , tutti, tutti!”

Ma anche sulla descrizione dei canti tipici, e su una serie di versioni locali, ritorneremo. La storia dalla quale voglio partire, invece, per questa prima parte del nostro excursus sul tarantismo locale, è la più antica a cui, al momento, io sia riuscito a risalire: si tratta di un singolare accadimento dei primi del Settecento.

Tarantismo, stregoneria, sessualità e peccato: una singolare storia nella Manduria del '700

Dagli atti del Tribunale del Santo Officio di Oria risulta la storia di Francesco Malagnino di Casalnuovo (Manduria). Nel 1723 Francesco ha 18 anni e si fa preparare una fattura per legare a sé una ragazza di nome Apollonia.Francesco non riesce però a portare a compimento l'operazione della fattura perchè nel frattempo si ammala del morso di una tarantola “ed havendo fatto più balli per sanare, stiedi ammalato più di un mese, fra quel tempo la detta Apollonia si accasò”.

Al giovane Francesco si offre però un'altra possibilità di conoscere i piaceri dell'amore e del congiungimento con una donna, piaceri per lui ancora preclusi: un giorno, mentre lavora nei campi, gli si presenta una donna mai vista prima,che gli chiede se èsposato e sesa qualcosa sul sesso, e “molte altre cose sporche”. Francesco resiste alla tentazione ma la donna gli si presenta una seconda e una terza volta per tentarlo, e questa terza volta accade di notte, mentre lui dorme, e lei comincia “a scherzare con le mani”, e lui la tocca, e questo fatto gli fa commettere “un peccato di polluzione”. La donna si presenta una quarta volta e gli dice che può organizzargli incontri sessuali, però lui deve stringere un patto col diavolo. Francesco accetta di fare il patto e un po' di tempo dopo viene avvicinato da un'altra donna che gli chiede se “la voleva conoscere carnalmente”. Francesco però si spaventa e grida “Madonna del Carmine mia agghiutami”: in quel momento ode una voce che interviene provvidenzialmente, che intima a quella donna tentatrice: “Finìscela, ch'è povero giovine”. Così, Francesco viene risparmiato dal peccato.

Condizionamenti sociali e religiosi, eros precluso, paura della sessualità e del peccato emergono in questa storia di Francesco e ci offrono anche un metro per distingueretra due fenomeni parallelinella realtà contadina dei nostri paesi dei secoli scorsi: il tarantismo come sfogo (ma anche contenimento) dell'eros precluso, e l'adesione alle congreghe esoteriche dei masciàri come veicolo di liberazione e sfogo della sessualità (adesione che nel caso di Francesco, il giovane non riesce a portare a compimento). Ma di questo ulteriore argomento e delle similitudini e differenze tra “masciarìsmo” e tarantismo parlo, per chi voglia approfondire, in altre sedi (una di queste è l'articolocitato nella sottostante bibliografia e apparso su “Il Delfino e la Mezzaluna”, un'altra il libro “La Magia nel Salento” scritto in collaborazione con Maurizio Nocera).

BIBLIOGRAFIA

Ernesto De Martino, La terra del rimorso,Il saggiatore, Milano, 1961

Lugi Giuseppe De SimoneIl ballo (la Taranta, la Pizzica-Pizzica,, la Tarantella), in “La Rivista Europea” 1876

Giuseppe Gigli, Il ballo della tarantola. In “Superstizioni, pregiudizi, credenze e fiabe popolari in Terra d'Otranto” Firenze 1893

Atti Diocesi di Oria, Fondo “Sortilegi e Stregonerie”, Sortilegi e stregonerie in Manduria ai tempi di Mons. G.B. Labanchi [ff.1-2] 16 marzo 1723, Deposizione di Francesco Malagnino accusato di superstizione

Gianfranco Mele, Elementi di magia popolare nel mondo contadino del Salento e della Puglia, parte I e 2, Cultura Salentina, Rivista di Pensiero e Cultura Meridionale, 2015

Gianfranco Mele, Echi e aspetti del tarantismo in Sava e nel territorio limitrofo, in: A.A.V.V., Il Delfino e La Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d'Otranto, n. 8, 2019

Gianfranco Mele, Maurizio Nocera, La Magia nel Salento, Spagine/Fondo Verri Editore, 2018

Gianfranco Mele, La tradizione del canto popolare in Sava e dintorni: esempi e stralci, in “La rivista delle Terre del Primitivo, un viaggio alla scoperta dei tesori e dei segreti di una terra unica, G.O.T., Sava, 2016, pp. 10-13

Michele Greco, Superstizioni medicamenti popolari tarantismo, manoscritto, 1912; ried. a stampa Filo Editore, Manduria 2001, (a cura di R. Contessa)

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