Disaccordi in famiglia

​“La casa è mia, no è mia”, padre e figlio in tribunale

Diversi anni fa un imprenditore di Manduria, C.C., acquistò un appartamento che per motivi fiscali intestò al figlio allora giovane universitario

Giudiziaria
Manduria venerdì 31 luglio 2020
di La Redazione
Giustizia
Giustizia © La Voce

Un curioso caso della proprietà di un appartamento rivendicata tra padre e figlio, è finita in tribunale sino al terzo grado di giudizio scomodando addirittura la sezione riunita della suprema Corte. Il prologo è questo. Diversi anni fa un imprenditore di Manduria, C.C., acquistò un appartamento che per motivi fiscali intestò al figlio allora giovane universitario. Con gli anni tra i due i rapporti si sono rovinati così l’anziano padre quando ha cercato di prendere possesso dell’immobile (forse per venderselo), si è trovato di fronte il rifiuto del figlio che, facendo parlare le carte, ha rivendicato la proprietà della casa sul cui valore immobiliare, tra l’altro, aveva regolarmente pagato le tasse.

Reso impossibile ogni accordo, il genitore si è così rivolto ad un avvocato iniziando un lungo processo civile durato 18 anni. Nel 2012 il figlio che nel frattempo si era laureato, è stato chiamato in giudizio dal padre che chiedeva al giudice la restituzione di quello che riteneva di sua proprietà avendo pagato tutte le rate del mutuo. Il figlio, da parte sua, si era opposto chiedendo il rigetto della richiesta e, in subordine, il riconoscimento di trentamila euro a titolo di spese sostenute per il pagamento delle imposte.

Nel corso delle cause, di primo e secondo grado che avevano sempre dato ragione all’anziano padre, il figlio in sede di interrogatorio formale, aveva ammesso che l'acquisto era strumentale al proseguimento dell'attività di impresa condotta dal padre, il quale aveva pagato le rate del mutuo ipotecario, prima con i proventi dell'azienda e successivamente con i canoni di locazione percepiti.

I giudici di primo, secondo e terzo grado alla fine hanno stabilito che la proprietà doveva passare a chi l’aveva effettivamente pagata e che il figlio non poteva accampare nessun diritto anche in assenza di accordi scritti che dimostrassero l’origine dell’acquisto e del pagamento. «La prova dell'accordo restitutorio – scrivono - è stato risolto nel senso che non fosse necessario un accordo scritto, sulla falsariga della prova nell'accordo simulatorio, ma un accordo verbale».

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I commenti degli utenti
  • Franco de luca ha scritto il 02 agosto 2020 alle 05:57 :

    Solo A Manduria si sentono queste storie. Rispondi a Franco de luca

  • Messapico ha scritto il 31 luglio 2020 alle 12:57 :

    Senza augurare nulla a nessuno, dico, che un buon padre dovrebbe pensare più alla riconciliazione che ad un'avido possesso di un freddo mattone. Perché, di freddi mattoni senza un fiore, ne sono oramai pieni i cimiteri. Rispondi a Messapico

  • Marco ha scritto il 31 luglio 2020 alle 09:40 :

    Quindi per motivi fiscali si possono fare carte false?????? Rispondi a Marco

  • Domenico ha scritto il 31 luglio 2020 alle 07:31 :

    Non è solo una questione tra padre e figlio. Anche se fenomeno diffuso, non è normale l'intestazione fittizia di un immobile. Perché si fa? Per motivi fiscali, cioè per pagare meno tasse! Sono i manduriani a essere danneggiati da questo trucco che permette di pagare zero o meno IMU, meno TARI, meno IRPEF e, forse, di accedere ad altre agevolazioni. Al di là della questione familiare, il Comune dovrebbe interessarsi della questione per recuperare tutto ciò che non è prescritto a nome di tutti i cittadini che contribuiscono onestamente. Rispondi a Domenico