
Rischia l’ergastolo il 75enne manduriano, Pietro Dimitri, che deve rispondere di omicidio volontario aggravato per aver barbaramente ucciso, il 12 ottobre dello scorso anno, la sua convivente, Giuseppe Loredana Dinoi, di 71 anni, compagna di una vita che lo ospitava nel piccolo appartamento delle case popolari del rione Barco, teatro del femminicidio.
Il prossimo 20 maggio inizia per lui il processo che si svolgerà con la formula del giudizio immediato sorvolando quindi sulla fase del rinvio a giudizio.
«La prova appare evidente, sicché è inutile l’udienza preliminare», ha sostenuto il pubblico ministero, Remo Epifani che ha chiesto ed ottenuto dal gip, Rita Romano, la rapida definizione del caso con il giudizio immediato. Il reato contestato di omicidio volontario aggravato, non consente all’imputato di essere giudicato con il tiro abbreviato che gli permetterebbe uno sconto di pena pari ad un terzo, per cui, salvo attenuanti, il settantunenne rischia il carcere a vita.
A difenderlo ci sarà l’avvocato Dario Blandamura mentre i parenti della vittima, tre sorelle e quattro fratelli, saranno assistiti dal penalista Lorenzo Bullo.
Attualmente detenuto nel carcere di Taranto, il pensionato confessò subito l’omicidio da lui stesso attribuito allo stato di stress dovuto alla convivenza con la vittima. Un delitto brutale, sanguinario che non ha lasciato scampo alla donna, seguito dal tentativo dell’omicida di togliersi a sua volta la vita con la stessa arma, un grosso taglierino da tappezziere con lama lunga 13 centimetri. Con quella Dimitri si procurò numerosissimi tagli alle braccia e al collo, tutti superficiali. Decisamente profondi, invece, quelli inflitti alla sua convivente che fu quasi decapitata.
Dopo il delitto e l’atto autolesivo, fu lui stesso a chiamare i carabinieri: «Venite in via Manfredi, Ina casa, ho ucciso la mai compagna». Una confessione decisa che fece subito scattare l’allarme dei militari i quali si recarono sul posto facendo la terribile scoperta. Dalla ricostruzione fatta dagli investigatori della stazione carabinieri di Manduria, l’uccisione della donna avvenne tra le 8,30 e le 9 del mattino al termine di una lite, forze l’ennesima, conclusa tragicamente per la donna che, ancora in pigiama, fu sopraffatta nella stanza da letto. Il suo corpo martoriato da numerosissime ferite da taglio su tutto il corpo (una cinquantina quelle documentate in sede autoptica), con maggiore insistenza al collo, fu trovato per terra al lato del letto immerso in un lago di sangue. L’uomo fu invece trovato in una stanza attigua, disteso su un divano e con in mano ancora l’arnese tagliente sporco di sangue. Trasportato in ambulanza all’ospedale Marianna Giannuzzi di Manduria, lì fu medicato e suturato. Fu poi trasferito all’ospedale Moscati di Taranto dove fu sottoposto ad una consulenza psichiatrica prima di essere rinchiuso nella casa circondariale di via Speziale.
Nella sua confessione, l’imputato avrebbe accennato presunte incomprensioni che duravano da tempo e la volontà di lei andarsene e lasciarlo solo. Ex imprenditore edile con una vita per niente esemplare, si era separato dalla moglie e viveva di stenti con la piccola pensione di anzianità. Non possedeva un alloggio ed approfittava dell’ospitalità della sua compagna con la quale aveva un rapporto di lunghissima durata.
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