Martedì, 4 Ottobre 2022

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Chiesa Madre

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ARTE E STORIA DELLA CHIESA MATRICE DI MANDURIA

di Gianni Iacovelli

La prima costruzione risale probabilmente al periodo normanno, quando Casalnuovo risorse dalle rovine dell'antica Manduria. I leoni stilofori del portale e i resti dei pilastri polistili rinvenuti nel presbiterio costituiscono certamente un relitto della fabbrica primitiva.

Una radicale ricostruzione si verificò verso la fine del '400, e continuò, con successivi rimaneggiamenti, per tutto il secolo successivo.

Dal 1423 Casalnuovo era uno dei quattrocento castelli che facevano parte del Principato. In esso, come in molte altre città, si esercitò la munificenza di Raimondello Del Balzo Orsini.

Casalnuovo, alla metà del sec. XV contava appena novantuno fuochi, li raddoppiava alla fine del 1400, un incremento demografico dovuto certamente al periodo di relativa pace sociale, alle migliorate condizioni di vita delle popolazioni, ma anche alla forte spinta immigratoria ed all'insediamento di abitanti provenienti dai paesi vicini oppure, come dimostrano le carte d'archivio, di albanesi e schiavoni.

La Chiesa Matrice venne, in questo periodo, completamente ricostruita sullo schema di quella architettura tardo-gotica catalana, che dalla Spagna e dalla Provenza, per il tramite della Sicilia, s'andava diffondendo in tutta l'Italia Meridionale.

L'epoca di questa ricostruzione può essere fissata negli ultimi decenni del 1400. La facciata, con lo splendido rosone e il frontone cuspidato a salienti curvilinei, riproduce quella del Duomo di Ostuni e fa da pendant ad altre chiese della zona, costruite tutte fra '400 e '500.

l due comparti laterali hanno spioventi diritti: una dissonanza rispetto allo stile della facciata che fa pensare ad un momento successivo, alla seconda fase della ricostruzione, negli anni trenta del 1500, quando venne applicato (il termine è brutto, ma abbastanza pertinente) il portale principale e forse modificata, con un ampliamento, la struttura stessa della chiesa.

Scolpito da Raimondo di Francavilla e datato 1532, in puro stile rinascimentale, il portale risente del diverso clima culturale che, dalla Napoli di Alfonso e di Ferrante, era penetrato nei più riposti paesi del Regno.

Due paraste scolpite ne delimitano la luce. E' sormontato da una sovraporta con lunetta, in cui è collocato l'altorilievo dell'Eterno Padre che regge in grembo il Cristo crocifisso; sull'aureola di Gesù si poggia lo Spirito Santo sotto forma di una rudimentale colomba; nei triangoli laterali compare l'Annunciazione; al centro dell’architrave è appesa la Veronica; sul fastigio sono collocate statuette a tutto tondo.

A Raimondo di Francavilla va assegnato, per evidenti assonanze stilistiche, il fonte battesimale, datato 1534.

La chiesa venne completa nella seconda metà del '500, come dimostra la data 1562, incisa sull'architrave della bella cantoria rinascimentale. L'interno è a cinque navate con archi a tutto sesto, sostenuti da colonne di restauro. Gli archi del transetto sono invece a sesto acuto. La navata centrale, coperta da un soffitto a lacunari, opera del Cesanelli, termina, in corrispondenza del presbiterio e del coro, con un'abside esagonale del primo '600. Il restauro ha messo in luce le graziose voltine delle navate laterali, con i fantastici motivi catalaneggianti, che si ritrovano, per esempio, in S. Angelo di Tricase e nella chiesa di S. Francesco di Paola a Martina Franca.

All'interno, vi è un bellissimo pulpito ligneo, che già presagisce il barocco, scolpito nel 1608.

La Chiesa Matrice, dedicata alla Trinità - si spiega così la scultura del portale - aveva diciotto altari o "cappelle", giuspatronato delle più cospicue famiglie della città, passati di mano in mano e rimaneggiati nel corso dei secoli, distrutti probabilmente nel crollo del '36, ed eliminati del tutto durante i restauri del Cesanelli.

Il campanile, "la gran torre della Chiesa", come viene indicato nei documenti, è un monumento ancora più problematico.

Nel 1910 dava segni di cadere. Nel 1920 il sovrintendente Quagliati ordinò la demolizione del brutto cupolino ottocentesco. Nel 1925, per l'imminente pericolo di crollo, se ne dispose da parte del prefetto l'abbattimento.

Il provvedimento fu revocato a furor di popolo, e nel 1926-27 l'ingegnere Dimitri di Manduria effettuò lavori di consolidamento statico. Il campanile si trova incorporato nella costruzione principale, tra le navate di destra e il presbiterio. È a cinque piani sovrapposti, con larghe finestre monofore, sostenute e arricchite da colonnine. Altre colonne decorano gli spigoli e le pareti, insieme a balconcini, mascheroni, animali mitologici di un fantastico bestiario, una ricchezza di decorazione che richiama altre torri, per esempio la "guglia" di Soleto, che I'eccletismo orsiniano aveva fatto erigere nelle terre del Principato. Più correttamente, il modello del campanile di Manduria, che va datato anch'esso alla fine del secolo XV, è da ricercare in matrici gotiche napoletane.

Nel 1549 contava 693 fuochi, alla fine del secolo più di mille, circa cinquemila abitanti, una cifra dieci volte maggiore di centocinquant’anni prima.

L'aumento della popolazione, dovuto certamente alla felice posizione geografica, alla confluenza delle vie di traffico fra Taranto, Brindisi e Lecce, e alla feracità del suolo, determinò un miglioramento dei commerci e delle attività agricole.

Manduria, con i suoi monumenti dei secoli XV e XVI, rappresenta quindi la tappa essenziale di un discorso, che in Puglia sembrava monco e interrotto, un discorso che trascorreva senza i necessari passaggi dalla stagione delle grandi cattedrali romaniche alla stupenda fioritura del barocco.

Quello del 1938, con tutte le critiche che oggi, con il senno di poi, si possono rivolgere al Cesanelli, è stato l'unico restauro organico di una emergenza monumentale, che Manduria ha vissuto nei tempi moderni.

RELAZIONE DELL' ARCH. LORENZO CESANELLI DEL 1938 SUL RESTAURO DELLA CHIESA MATRICE

Venne poi il crollo delle volte di cannucciata delle tre navate principali: volte con stucchi del XVIII sec; crollo, che fu cagione di una vera opera di liberazione.

Infatti quei crolli avevano messo in luce elementi originali, passati inosservati in un primo tempo; e del resto, non bene riconoscibili che ad un esame profondo e ben condotto. Tra essi, le cornici e le lesene delle due navate laterali, scolpite in pietra; parti, quanto mai interessanti, con un fregio di triglifi e metope decorate da rosoni, gigli e boccioli, venuti in luce in saggi susseguenti.

Vennero rintracciate anche le due comici di appoggio dei tetti, delle due navate laterali: cornici conservate quasi intatte.

Sopra quelle, corrispondenti alle pareti della navata principale, al disotto delle moderne coperture, vennero in luce dieci finestre originali, conservate nelle loro parti basse con gli ampi sguinci esterni, ritrovati poi anche nei saggi fatti per la parte interna.

Delle altre due finestre della navata centrale, una venne in luce da un esame particolare, condotto in uno spazio molto angusto, rimasto ignorato, tra la volta dell'organo ed un incombente copertura di tetto moderna - essa conserva anche la cornice esterna, centinata a tutto sesto, scolpita in pietra, con stelle marine.

Altri elementi di questa cornice sono venuti in luce in corrispondenza dei saggi per le altre finestre.

L'ultima di esse, dalla navata centrale, posta di fronte alla precedente, si è pure rintracciata; ed è bene conservata, ad eccezione della cuspide terminale dei due archetti, con cui si conchiudono gli stipiti.

Inoltre vennero in luce nei pilastri attuali, dei nicchioni incorniciati da sagome intagliate in pietra: una di essa, sul lato destro, ha delle pitture in affresco; e tutte sono di particolare interesse, corrispondendo agli altarini laterali, prima che venissero costruite le due navate estreme.

Nella navata centrale - così orribilmente alterata nel XIX sec. - osserviamo che, al disopra della volta di cannucciata crollata, vi sono ancora in opera travi e mensole originali scolpite, posti a sostegno dell'antico soffitto a lacunari.

Elementi preziosi questi per una oculata soluzione del soffitto ligneo. Soffitto, che verrà realizzato in legno visto, di castagno, con cornici e leggera tinteggiatura sui fondi dei lacunari, in tinta abbassata.

Più in basso le colonne originali, di pietra leccese, erano rivestite e ingoffate da una spessa e cattiva marmoridea, tutta lesionata; nel mentre i capitelli - completamente trasformati – erano di gesso, con brutte forme corinzie, eseguite nel tardo novecento.

Le basi poi erano banali, rozzi rifacimenti, di cemento nerastro.

Ma i saggi, condotti in angusto spazio rimasto dimenticato, dai moderni distruttori, ci ha condotti al ritrovamento del capitello e base originali.

Altro capitello, venne in luce in un saggio fatto in corrispondenza del bancone dell'organo, che ci ha mostrato una verità decorativa di esso; in quanto sul primo vi sono quattro delfini decorativi, ed in questo invece quattro teste femminili. Esse dovevano rappresentare probabilmente le quattro età: la Fanciullezza, l'Adolescenza, la Maturità e la Vecchiezza: allegorie riprodotte poi anche sul pergamo ligneo del 1608, così squisitamente scolpito.

Va data quindi giusta lode al solerte arciprete Don Luigi Neglia, che ha sentito il dovere di far leggere chiaro e vedere profondo, nella complessa compagine di questa bella opera. Ora egli si accinge con tanto amore e fatica alla ricerca dei mezzi per realizzare la nobile ambizione di dare alla regione un edificio di tanta importanza e di rinnovato lustro: onde se ne avvantaggi la Casa del Signore non meno che l'alto fine culturale.

Concludendo, il nostro progetto contempla: il nuovo soffitto, la sistemazione dei muri e delle finestre della navata principale, la copertura delle due navi laterali, la sistemazione delle loro pareti e quella delle colonne nei loro capitelli e basi. Vi sono inoltre, alcune opere minori conseguenti, distinte in altri lotti.

IL RESTAURO DEI MONUMENTI

di Rosanna Melpignano

Se rivediamo per un attimo ciò che scriveva l'architetto restauratore della Chiesa Collegiata, Lorenzo Cesanelli, sul restauro della stessa, vi si legge, tra l'altro: "tutto il presbiterio è stato da me restaurato nella sua bella architettura seicentesca di grandiosità efficace". Dobbiamo a questo punto rilevare che proprio da un punto di vista culturale, interventi di questo tipo sono in realtà volti a cancellare un momento di storia della Chiesa, del suo modo di essere, perché quest'edificio ha percorso una certa traiettoria nei secoli e, nel limite del possibile deve continuare a conservare questa traccia, questa sua realtà. Per esempio, trasformare un altare barocco, di un 'opera di un architetto barocco, con un altare barocco fatto da un architetto dei nostri giorni, chiaramente non si può, è possibile invece meditare architettonicamente sull'oggetto e di prevedere un inserimento valido e accettabile.

Ogni Restauro integrativo porta l'impronta del gusto del momento e, nel procedere nel tempo, rivela la giusta opposizione del suo carattere a quello dell'opera originaria.

Secondo gli odierni criteri filologici si cerca perciò di evitare qualsiasi interpolazione, o almeno di rendere gli imprescindibili completamenti facilmente identificabili e asportabili senza ledere l'originale.

Data l'importanza che ha per la fisionomia e la vita del paese, il Ministro della P.l. promulgò fin dal 1932 una Carta che ne stabiliva i principi: pone come preliminari le assidue cure di manutenzione e consolidamento e, afferma che il ripristino di elementi architettonici debba farsi solo in base a dati effettivamente superstiti e che le eventuali integrazioni siano compiute in materiale facilmente distinguibile dall'originario.

Nei numerosi Restauri resisi necessari in seguito alle recenti distruzioni belliche si è invece preferito, in genere, ricorrere all'uso di materiali simili a quelli originari, distinguendo le parti aggiunte con contrassegni che le rendono identificabili a ogni sondaggio.

Nel restauro di un monumento sono da rispettare tutti i contributi che definiscono l'attuale configurazione di un monumento, a qualunque epoca appartengono, in quanto l'unità stilistica non è lo scopo di un restauro. Quando in un edificio si presentano parecchie strutture sovrapposte, la liberazione di una struttura e di epoca anteriore non si giustifica se non eccezionalmente, e a condizione che gli elementi rimossi siano di scarso interesse, che la composizione architettonica rimessa in luce costituisca una testimonianza di grande valore storico, o etico, e che il suo stato di conservazione sia ritenuto soddisfacente.

Gli elementi destinati a sostituire le parti mancanti devono integrarsi armoniosamente nell'insieme, distinguendosi tuttavia dalle parti originali, affinché il restauro non falsifichi il monumento, e risultino rispettate, sia l'istanza estetica che quella storica.

Riassunto tratto dal libro “La chiesa Matrice di Manduria, un esempio di restauro, MANDURIA 16/22 DICEMBRE 1984" http://www.pugliadigitallibrary.it/media/00/00/38/1582.pdf

Francesca Dinoi


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