Venerdì, 9 Dicembre 2022

Cronaca

I parenti non si rassegnano

A 5 anni dalla morte di Michele il giallo s’infittisce

Michele Dinoi, in alto la foto del giallo Michele Dinoi, in alto la foto del giallo

Sono trascorsi cinque anni da quel 27 settembre 2017 quando Michele Dinoi, di 18 anni, fu trovato privo di sensi sul ballatoio esterno della sua abitazione. Rianimato e ricoverato per i sei mesi successivi senza mai riprendere conoscenza, il 24 marzo 2018 il suo cuore si è fermato. Una morte avvolta nel mistero, tanti i dubbi rimasti irrisolti. L’esame autoptico rilevava una morte per complicanze dovute ad asfissia in seguito a compressione sul collo, difficilmente accidentale che lo stesso medico legale si spinge a ricondurre a probabili gesti violenti e volontari da parte di terzi.

Ma le indagini hanno condotto ad una chiusura del caso attribuendo il decesso ad una caduta accidentale avvenuta tra la scala e la ringhiera di casa, con la testa finita in una voluta. Ma la disposizione della scala e della ringhiera non consentono una ricostruzione dei fatti così descritti dagli inquirenti che hanno archiviato il caso.

Per il padre Damiano e la sorella Martina i dubbi sono tanti. La foto di una striscia più scura attorno al collo, una misteriosa macchina di colore scuro che si aggirava sul luogo della tragedia, strani messaggi nelle chat e soprattutto il dubbio sulle cause della morte che il medico legale del pubblico ministero mette nero su bianco dopo l’autopsia.

Dubbi che lo specialista della Procura, Alberto Tortorella, mette in risalto nella sua perizia. «Il giovane potrebbe aver introdotto volontariamente il capo in quell’alloggiamento della ringhiera o esservi stato costretto». Lo specialista non si spiega poi «come sia stata mantenuta la pressione del collo sulla ringhiera». La prima spiegazione di Tortorella a quella pressione mortale sul collo sarebbe data dallo stato di incoscienza che avrebbe impedito al giovane di liberarsi dalla morsa mortale. La seconda ipotesi, inquietante, è quella che da cinque anni fa vivere nel tormento la famiglia. «O piuttosto – scrive il medico – perché altri abbiano esercitato una pressione sull’occipite, sulla nuca o sulla regione posteriore del collo della vittima». Un omicidio, insomma, compiuto da manie esperte. «…la pressione sul collo o sul capo, magari esercitata con il palmo della mano – si legge ancora nella perizia – non avrebbe comunque prodotto lesioni traumatiche rilevabili, né clinicamente né strumentalmente».

Un delitto perfetto. Commesso da chi? E perchè? Per pagare quale terribile errore o sgarbo? Il padre Damiano e la sorella Martina continuano nell loro ricerca di particolari che possano aiutarli a sciogliere questo enigma. La foto con il solco attorno al collo, ad esempio, che il padre e la sorella decidono di mostrare per la prima volta e da noi pubblicata con le dovute “mascherature”. Un segno troppo lineare per essere un incidente; ma anche la macchina di colore scuro la cui presenza quella sera è stata testimoniata da più persone ma della quale non si è riusciti a risalire al conducente.


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