Antonio Stano, Mimino e Manduria raccontati su Vanity Fair

​Mimino Motorino, a Manduria, lo conoscono tutti. All’anagrafe farebbe Cosimo Mandurino, ma quella sua passione sfrenata per le due ruote di ogni forma e foggia gli ha storpiato il nome per sempre.

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Manduria - venerdì 17 maggio 2019
Panchina sul Corso XX Settembre Manduria
Panchina sul Corso XX Settembre Manduria © La Voce di Manduria

Mimino Motorino, a Manduria, lo conoscono tutti. All’anagrafe farebbe Cosimo Mandurino, ma quella sua passione sfrenata per le due ruote di ogni forma e foggia gli ha storpiato il nome per sempre.

È nato il 25 dicembre del 1958, ma la data non ha portato fortuna, anzi. Tutto quello che poteva andare storto quel Natale, è andato: dal suo parto travagliato sua madre ne è uscita morta, e lui «Così» – dice chi gli vuole bene; e aggiunge: «Come un bambino». Con un ritardo mentale, direbbe un dottore.

Quando, il 15 febbraio scorso, è andata a fuoco la piccola casa a due piani in cui viveva senza acqua e senza fogna, ha perso tutto quello che di più caro aveva al mondo: 6 motorini, 3 cagnolini pinscher, un gatto e una colomba che – mi racconta – era già scampata a un incendio della casa del padrone precedente. «Ma questa volta, purtroppo, non ce l’ha fatta».

Per il fatto è stato aperto un procedimento penale contro ignoti, ma Cosimo dice di sapere benissimo chi è stato ad appiccare le fiamme alla tenda della sua finestra: «Il ragazzino, uno dei tanti, che mi sfotteva e mi chiedeva sempre le sigarette, e io sempre gli dicevo di no: ci vuole l’età giusta per fumare. È successo anche quella sera – Motorino, dammi la sigaretta. No, non te la do – poi ho girato l’angolo e nemmeno un quarto d’ora dopo stava bruciando tutto», racconta davanti allo scheletro annerito che, per più di 40 anni, è stata la sua casa.

Si potrebbe archiviare la vicenda di Cosimo come un fatto di cronaca come tanti, una bega di paese, se non fosse che poco più di due mesi dopo, sempre a Manduria, è morto Antonio Stano, 66 anni, anche lui con un disagio psichico, anche lui oggetto da anni di uno scherno diffuso che negli ultimi tempi si era trasformato in violenza: pugni, sputi e mazzate da parte di un gruppo di ragazzi per lo più minorenni.

Si conoscevano, Antonio e Motorino. «Era un tipo calmo, non si difendeva mai», dice l’uomo. «Quando ho saputo che era morto, ho pianto».
Motorino è uno dei pochi, in città, che hanno voglia di ricordare Antonio Stano, detto lu pacciu, il pazzo. Nella sua testa semplice quel nome non è il tabù che sembra essere diventato per tutti gli altri, che di fronte alle domande alzano le spalle, chiudono le finestre, attaccano il telefono, se ne vanno. Una collettività ora silenziosa che, dal 23 aprile, giorno della morte di quel concittadino fino ad allora praticamente invisibile, ha dovuto fare i conti con tante cose: lo sconcerto, la condanna («Non potevate non sapere», hanno tuonato i social: Manduria, per la cronaca, fa 33 mila abitanti), l’invasione delle telecamere, l’ebbrezza del protagonismo, il timore di averlo usato male e una verità che cambia la sua forma ogni giorno un po’, allargandosi, assumendo nuovi contorni e nuove facce.

In questo silenzio quasi generale bisogna far parlare altro. Per primi, i fatti: Stano era un uomo solo e solitario, da anni in pensione, da anni deriso per la sua stranezza. Un uomo pacifico che ogni tanto andava dal tabaccaio dietro l’angolo dove – racconta con ritrosia chi ci lavora «signora, non ci faccia chiudere il negozio» – comprava francobolli o pagava bollettini per fare piccole donazioni a enti religiosi, a Padre Pio soprattutto. Aveva una sorella e un nipote, ma nessuno dei vicini di casa ricorda si siano mai fatti vedere a via San Gregorio Magno, dove Antonio viveva e dove ora ci sono alcuni mazzi ormai sfioriti e vetri rotti, a ricordare la violenza che ha accompagnato gli ultimi mesi della sua vita. I filmati che i giovani aggressori si facevano e si giravano via whatsapp li abbiamo visti tutti: botte con i manici di scopa, urla, risate. I cappotti gettati addosso ad Antonio, lo scempio della sua povera casa. Non è vero che i vicini non sentivano e non dicevano niente: sentivano il frastuono di quelle incursioni, sentivano – come testimonia un video in cui lo si vede ondeggiare smarrito – Antonio urlare sull’uscio: «Polizia, Carabinieri, aiutatemi». E ripeterlo ancora e ancora. Ci sono svariate segnalazioni alle forze dell’ordine, un esposto con 8 firme di testimoni in calce, compresa quella di don Dario De Stefano, il parroco della chiesa e dell’oratorio San Giovanni Bosco («Un prete che amava e credeva nei giovani», recita la stele sotto la statua del Santo) che sorge proprio di fronte a casa Stano. Impossibile scambiare due parole su Antonio anche con il religioso: mi risponde con una tale durezza che a un certo punto devo ricordargli che certi modi sono poco cristiani. Si giustifica dicendo che ha molto da fare: la chiesa più nuova della città (è degli a0nni Settanta) che amministra è oggetto di un mastodontico progetto di demolizione e ricostruzione. Cinque milioni e mezzo di lavori, un quarto dei quali pagato dai parrocchiani.

Ma né la prossimità alle manifestazioni più sfarzose di Nostro Signore, né le denunce sono riuscite a proteggere Antonio Stano che, terrorizzato dai raid, a fine marzo si chiude in casa e non esce più. Lo troveranno i poliziotti – nuovamente allertati dai vicini – seduto su una sedia chissà da quanto tempo. Lo porteranno in ospedale, dove subirà, in due settimane, quattro interventi chirurgici per una peritonite. Morirà il 23 aprile per emorragia interna.

I risultati dell’autopsia saranno pronti tra più di un mese, ma nel frattempo il capo d’imputazione a carico dei 14 ragazzi attualmente indagati (12 minorenni e 2 maggiorenni, 8 già in carcere) è passato da omicidio preterintenzionale a tortura. In città si dice, non senza un qualche sollievo, che forse a uccidere Antonio non sono state «direttamente» e «tecnicamente» le botte di quei figli disgraziati.

Nella città silenziosa, nessuno vuole parlare nemmeno di loro. «Siamo stati tutti un po’ bulli da giovani, no?», ammicca un commerciante. «Alla fine hanno esagerato», dice un ventenne che fuma una sigaretta alla Villa, il piccolo parco del centro che è il luogo di ritrovo della gioventù manduriana: qualche albero, qualche aiuola, qualche panchina. La madre di uno dei ragazzi arrestati ha dichiarato che in città «ci sono solo bar». Quando la chiamo mi risponde che è meglio che non dica più niente: le hanno concesso una visita in carcere, «se dico qualcosa di sbagliato ho paura che mio figlio non me lo fanno vedere più».

A rompere questa opacità immobile sono le parole di Adriana, che a conclusione della «Marcia della civiltà» indetta la mattina dell’8 maggio in ricordo di Antonio, dice al microfono, davanti alle autorità e ai gonfaloni: «Di fronte a una tale disfatta nessuno può dire di avere fatto abbastanza». Adriana è della quinta A del liceo De Sanctis Galilei, ha 18 anni. Gli stessi che hanno i ragazzi che tengono due striscioni. Il primo recita «Non eri tu il pazzo», l’altro «I pazzi siamo noi». C’è chi, come Silvia Mandurino, ha preferito che sua figlia stesse a casa: ha pubblicato la foto del permesso negato su Facebook e ha scritto «Non autorizzo mia figlia a prendere parte a questo modo semplice di lavarsi la coscienza… Se Dio esiste vedrà l’ipocrisia di chi ha taciuto».
Tra gli effetti collaterali della morte di Antonio Stano c’è anche il fatto che Mimino Motorino finirà, a 60 anni, in un ospizio. I servizi sociali, che per una vita l’hanno lasciato vivere nell’indigenza, svegliati di soprassalto da questo lutto che sembra avere molti più responsabili di un gruppo di ragazzini, hanno deciso di dichiararlo incapace, affidare lui e i suoi soldi (una piccola pensione e il reddito di cittadinanza) a un amministratore di sostegno e mandarlo in una casa di riposo. «Ma io chiedo solo di poter sistemare la mia casa, e tornarci a vivere senza dare fastidio a nessuno, come ho sempre fatto», dice l’uomo. Uno Stato troppo tempo fermo, quando si alza di fretta si muove in modo scomposto, come un paio di gambe intorpidite.

C’è una scritta su una panchina di corso XX settembre, dice «Parla, grida, urla! Non subire in silenzio». È lì da molto prima che Stano morisse, un monito generico buono per tante cose, che adesso suona profetico. E anche inutile: Antonio aveva gridato e urlato. Non è servito a niente.

di SILVIA NUCINI su vanityfair.it

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