Magia e significato della Pasqua

Non so che rapporto avete con la Pasqua o con il cristianesimo in generale, se voi siete credenti o dei convinti anticlericali, islamici o buddisti; se siete stati battezzati...

Joannes Del Sorriso La fede del sorriso
Manduria - sabato 20 aprile 2019
La croce
La croce © Google

Non so che rapporto avete con la Pasqua o con il cristianesimo in generale, se voi siete credenti o dei convinti anticlericali, islamici o buddisti; se siete stati battezzati – e ne avreste fatto a meno – o se siete per qualche motivo familiare affezionati comunque alle feste della settimana santa; se vi piace l’uovo e l’abbacchio ma ve ne fregate dei simbolismi annessi; se consideriate il cattolicesimo un fanatismo o il residuo obsoleto di una modernità ormai declinante oppure magari tutto sommato non vi dispiace questo papa… In ogni caso, se oggi provaste a entrare anche due minuti in una chiesa rimarreste spiazzati. Il sabato santo è l’unico giorno dell’anno in cui non si celebra la messa.

Le porte delle parrocchie e delle cattedrali sono aperte, i sacerdoti girano tra i banchi con un’andatura smarrita, l’ambiente è pulito, entra un’aria umida dalle porte lasciate socchiuse, qualcuno magari ha anche messo i fiori a posto; ma la sensazione che si respira è quella di uno sciopero, di una dismissione. Il tabernacolo dietro all’altare è spalancato ma vuoto. Qualcuno forse, in sordina, s’inginocchia, si confessa. Ma non c’è nessun odore di incenso. Nessun cero acceso. Se giovedì santo e il venerdì santo sono il teatro di due riti intensi e complessi come la coena domini e la via crucis, ritrovarsi di fronte a questo silenzio mette invece in imbarazzo anche il più fervente tra i credenti.

Che senso ha questa giornata di nulla? Secondo la tradizione, nel sabato santo Gesù – dopo essere morto sulla croce – visita gli inferi. Il credo recita: “Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi”. In uno dei passaggi più misteriosi e discussi della Bibbia (la lettera di Pietro, 3-18,19) si dice: “Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione”. In ebraico gli inferi e la prigione sono lo sheol, il luogo dei morti, appunto. Perché scende laggiù? Per manifestare la sua divinità anche a loro? Per salvare tutti, anche i morti? Per patire addirittura l’inferno? Perché Dio è morto sul serio e Gesù, come tutti gli uomini, accetta di vivere nel pieno l’esperienza della morte?

Poi, lo sappiamo, arriva il terzo giorno, la domenica, e c’è la resurrezione, la Pasqua, il pranzo con i parenti, la fila per il mare. Ma guardando le cose dalla prospettiva di oggi, tutta la vicenda di Cristo e del cattolicesimo assume un altro colore. E se non resuscitasse? E se non ci fosse la Pasqua? E se la verità della religione fosse questa chiesa deserta, senza un rito? Se anche domani non ci fosse nessuna messa, e domani l’altro lo stesso? Le chiese come luoghi in cui contemplare il vuoto di senso, un dio che è morto, e meditarne l’assenza irreparabile. In fondo, credere nella morte di Gesù non è complicato – anche considerandolo semplicemente un invasato che girava da un paese all’altro nella Palestina di duemila anni fa. Credere nella resurrezione è certo meno scontato; ma per un credente o per un non credente, non è raro ritrovarsi ad ammettere che la religione sia una specie di rassicurazione: una consolazione, un balsamo contro le angosce della sparizione, e la paura della fine. Dio mi rasserena, e me lo tengo così. Sarà vero? Non sarà vero? Pace. Credere nella vita dopo la morte – che io sia cristiano o di un altro culto – mi dà comunque il controllo sulla mia vita. Credo perché credo, perché voglio credere; questa capacità del resto non manca nemmeno ai fondamentalisti.

La cosa più difficile è dunque tenere le due cose insieme: la morte e la resurrezione. Qui si vacilla. Anche se prescindiamo dalla teologia cristiana, la sfida più ardua è proprio questa: poter sostare in un doppio deserto, quello terreno e quello celeste. Guardare in faccia la morte fino in fondo, e fissare al tempo stesso un cielo vuoto. Chi ce la fa? Il sabato santo è il tempo per queste domande che non abbiamo smesso di farci, un giorno paradossalmente ecumenico – per certi versi l’immagine della nostra vita stessa, a pensarci: una scarna e silenziosa sala d’attesa per qualcosa che non sappiamo se accadrà.

Ricerche di Joannes Del Sorriso

Altri articoli
Gli articoli più letti