Talento e fragilità

 

In quel posto ci arrivammo insieme. Quel signore disse che ci dovevamo abbracciare e piangere, ma io stavo bene accanto a te. Parlavamo di poesia, e tu dicevi che il poeta è il matto della porta accanto: ti ci mettevi pure tu? Dicevi che il cielo è immenso perché contiene tutti i sogni degli uomini. Volevi che io imparassi ad amare; ed io che pensavo di saperlo fare da sempre! Mi raccontasti che è amore quello platonico di una donna verso un uomo e viceversa. Dissi che io mi sentivo fragile. Ti scrissi una poesia in cui ti raccontavo la vita mia, come la vedevo io, e tu dicesti che coloro che hanno avuto il talento della poesia sono forti, solo che non lo sanno. Quando andai via mi scrivesti su un foglio di carta straccia “… povero è colui che non sa amare. / Povero è colui che non si accorge / di tutte le bellezze del creato. / Un giorno riderai della tua amica!” … Ma io non riderò mai di te, che mi hai insegnato in un posto tanto brutto, di quanto è bella la vita, di quanto è degna di essere vissuta, di quale grande dono sia, e io non lo avevo mai saputo

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