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sabato 17 ottobre 2015 alle 10:12
News

L’amore per i disabili, per gli sconosciuti (e per i gatti)

amoreNelle scorse settimane ha fatto letteralmente il giro del mondo il video di un dipendente del McDonald’s che si è allontanato dal suo posto di lavoro per aiutare un signore disabile che aveva difficoltà nel mangiare.

Mi sono chiesta: io lo avrei fatto? Forse no. Per vergogna. Ma più probabilmente per pietà. Un sentimento pessimo, perché non ha la forza del soccorso tipico dell’empatia e non è neppure lontanamente simile alla “pietas” dei latini o alla benevolenza della compassione. La pietà che generalmente proviamo è quello del “Poverino, che peccato, mi fa pena”. Un sentimento pessimo, dicevo. Pessimo perché non permette di immedesimarsi nell’altro e neppure di aiutarlo. Al massimo, consente di rivolgere uno sguardo sfuggente di commiserazione.

Guardando il video e pensando a questi miei sentimenti ho avuto una specie di connessione con quel che vivo realmente ogni giorno. E mi sono sentita stupida.

Lo scorso mese, per puro caso (che di solito nella mia vita è sempre colpevole delle cose migliori!) assieme a mio marito, ho fatto la conoscenza di una gattina appena nata, cieca e abbandonata dalla sua mamma. Non mi sono mai piaciuti i gatti, cui ho sempre preferito la fedeltà e l’affettuosità gioiosa dei cani e quando mi hanno presentato questo gattina ho storto quasi il naso. Poi però ho incontrato i suoi occhi quasi del tutto velati, ho incontrato il suo bisogno di casa e la sua storia.

Aveva poco più di 30 giorni, la mamma gatta l’aveva abbandonata perché “riconosciuta” come prematura e malata, cieca per l’appunto. Era stata poi salvata dalla gentilezza di un ragazzo e in soli due giorni era entrata nel mio cuore. Con pazienza e dedizione l’abbiamo allattata come fosse una neonata, svezzata come una bimba, curata come un malato, aiutata come un disabile e, infine, la cosa più importante, amata.

E’ solo una gattina, certo. Ma anche lei è disabile. Non sappiamo quanto veda e cosa veda. Ma quando parlo di lei non lo faccio con pietà. Sta crescendo, mangia, gioca, salta da una parte all’altra, fa i capricci e spesso anche i dispetti. Non provo pena per lei. E non voglio che nessuno ne abbia.

Ed ecco la risposta alla domanda dell’articolo. Quando ami qualcuno non può esistere alcun sentimento di pietà, ma solo la condivisione dei limiti, delle possibilità, dei rischi.

La meraviglia del gesto del cameriere del McDonald’s sta nell’aver provato quell’immenso amore per uno sconosciuto.

Valentina Palumbo

v.palumbo@lavocedimanduria.it

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Pubblicato da Valentina Palumbo, sabato 17 ottobre 2015 alle 10:12

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