La figlia del detenuto in isolamento «Mio padre è malato di tumore come tutti gli altri»

«Allo stato attuale si può comunque ipotizzare che la prognosi sia infausta a medio termine». E’ la spaventosa conclusione della relazione fatta dal medico del carcere di Opera a Milano. A leggerla, con voce tremante, è Anna Stranieri, figlia del manduriano Vincenzo, detto «Stellina», l’ex boss cofondatore con Pino Rogoli della Sacra corona unita. La donna è tornata l’altro ieri da Milano dove è andata a trovare il padre a cui si riferiscono le implacabili prospettive di vita pronosticate dal medico un mese e mezzo fa.

«Ora che l’ho visto in quelle condizioni, sempre separati da un vetro, non posso più stare in silenzio, ho il dovere di rivendicare il diritto di una figlia di curare un padre con un tumore che se lo sta mangiando; domani (oggi per chi legge, ndr) è la festa del papà ed io che non posso fare altro, voglio festeggiarla così, facendo sapere a tutti le condizioni in cui è ridotto e come lo stanno trattando sino alla fine». Stranieri, che ora ha 56 anni, è il detenuto ancora in vita con il più lungo periodo di isolamento secondo il 41bis, il regime di carcere duro a cui è sottoposto ininterrottamente da quasi 25 anni.

Non certo uno stinco di santo, rude e violento, ha scontato 33 anni di carcere senza nessuna interruzione e con nessuna condanna per omicidio ma per reati associativi di mafia, contrabbando, rapine, estorsioni, droga. La vita ora gli ha presentato il conto con un carcinoma squamoso infiltrante della laringe, già operato e sottoposto a terapia chemio e radio terapica. «Per capirci – racconta la figlia – come quei poveri malati di Taranto per i quali si fa di tutto per curarli e per alleviare le loro sofferenze con tutti i mezzi e con ogni cura e soprattutto con l’amore dei familiari e degli operatori sanitari. Questo non è concesso al mio papà, perché lui è un malato di cancro differente perché è un maledetto detenuto che hanno deciso di farlo morire in carcere».

Il racconto della donna sui trattamenti a cui sarebbe ancora sottoposto il padre, merita davvero una seria riflessione. «Sapete come l’ho trovato ieri? Uno scheletro, un buco alla gola con una cannula che deve chiudere con un dito per poter emettere suoni incomprensibili e con un tubo nella pancia che arriva direttamente nello stomaco, attraverso il quale si alimenta con una sacca per 24 ore al giorno; l’ho visto come sempre attraverso il vetro e sapete dove lo tengono in quelle condizioni? Nella sua solita cella di isolamento, da solo, senza neanche un fottuto campanello per chiamare se ha bisogno, quando accade deve battere qualcosa contro la parete o alle spranghe del letto nella speranza che qualcuno lo senta. Questo è il trattamento per un malato di tumore?», conclude la 39enne che aveva appena 6 anni quando il padre fu arrestato per il sequestro durato sei mesi di una giovane donna rilasciata dopo il pagamento del riscatto. «Ha pagato abbondantemente per quegli errori, ora mio padre è un malato di tumore in fase avanzata e io voglio per lui le cure che meritano tutti gli esseri umani». La figlia del boss ha deciso così di far sentire lontano la sua voce.

Nazareno Dinoi sul Quotidiano di Puglia

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