BARLETTA — Alla fine il bilancio è di cinque morti e cinque feriti. Alle 9 della sera, a Barletta, la mamma di Maria è ancora lì che aspetta, con le mani fra i capelli biondi. Sembra molto giovane con i jeans e la maglietta a righe verdi. Probabilmente confezionata proprio nel suo laboratorio di maglieria che ha dal ’95 e che, ieri mattina, intorno alle 12,15 con un boato enorme è stato sommerso da una marea di detriti dopo il crollo del palazzo che lo sovrastava fra via Roma e via Spirito Santo. Accanto a lei c’è il marito. E, attorno, un cordone di amici che le fanno da scudo. Ancora non lo sanno i coniugi Cinquepalmi che la loro piccola è morta. Nessuno ha avuto ancora il cuore di farglielo sapere. E aspettano fiduciosi che da quella fessura fra le macerie, che una volta era il loro laboratorio, venga fuori Maria. A volte la pietà può essere più crudele della verità. Il corpo di Maria è già stato trasportato a Bari nel reparto di medicina legale. È stato uno zio a riconoscerla. Il nonno, disperato, la aspetta ancora all’ospedale di Barletta.
È Maria la prima morta di una tragedia annunciata partita settimane fa. Quando un palazzo adiacente allo stabile crollato, anch’esso costruito agli inizi del ’900, viene abbattuto per far spazio ad un nuovo stabile che, nelle previsioni dell’impresa Giannini, deve avere un piano in più. Venerdì, vengono giù gli ultimi pezzi di muro. E, ieri, gli operai con la ruspa, prima del crollo, provvedono a rimuovere le macerie. Per fortuna erano in pausa pranzo o la tragedia sarebbe stata anche più grave. Già da venerdì i condomini del palazzo crollato avevano cominciato a vedere «crepe sui muri allargarsi a dismisura», racconta Ruggero Vitrani, salvo con la famiglia per miracolo e con gli occhi rossi dal pianto mentre continua a ripetere «e mo? E mo?». Chiamati «i vigili urbani, l’Ufficio tecnico comunale, i carabinieri, l’impresa, la risposta è stata sempre la stessa: non c’è pericolo, state tranquilli, entro sabato vi faremo sapere», racconta ancora Vitrani. Tranquilli fino a quando, poche ore prima della tragedia, il palazzo comincia a vibrare: «le porte non si aprivano». Tutti scappano, ma in casa, in uno dei quattro appartamenti nei quali abitavano dodici persone, rimane una bella ragazza, Emanuela Antonucci, incinta di 5 mesi, con la mamma. Non fanno in tempo ad uscire: il crollo le sorprende prima. Saranno salvate dalle decine di volontari che a mani nude si arrampicano, scavano, spianano. Una prova di generosità anche a rischio della propria vita quella della gente di Barletta. Le donne scendono terrorizzate da un pezzo di scala in bilico al di sopra del quale troneggia un quadro della Madonna dello Sterpeto, con due crocifissi ai lati, rimasti intonsi. Un’immagine che lascia senza fiato. Per Tobia, il fratello di Emanuela, «è stata la Madonna, cui mia madre è devota, a salvarle».
Ognuno crede al proprio miracolo in quell’orgia di detriti dai quali spunta di tutto: vestiti e pezzi di cornicione, ringhiere e termosifoni, libri e scarpe. E corpi. Il primo che viene fuori intorno alle 16 è quello della piccola Maria. E poco prima, era spuntato il suo diario da liceale. Era uscita un’ora prima dalla scuola perché un’insegnante non c’era ed era andata al maglificio perché pensava di trovarci i genitori che invece erano fuori a risolvere alcune incombenze. E l’hanno trovata lì, sulla soglia del laboratorio seminterrato, che scende di due metri sotto il livello della strada, con un braccio rivolto verso l’alto, come a cercare aiuto. Il soccorritore dell’Oer che ha collaborato a recuperare il corpo piange a dirotto. L’applauso appena accennato per salutare il ritrovamento di un disperso, si spegne subito. Ci sono i cani delle unità cinofile arrivati da Lecce e Bari, una cinquantina di militari dell’esercito, gli uomini della Protezione civile con l’assessore Fabiano Amati, la Guardia di finanza, i vigili del fuoco, i volontari si dividono in almeno cinque catene umane e scavano, scavano.
Ogni minuto è prezioso. Partono le telefonate ai cellulari delle ragazze ancora intrappolate dentro il laboratorio. Mariella Fasanella, 37 anni, risponde. Sale su il padre e comincia a chiamarla disperato: «Mariella, Mariella, Mariella». Quando Mariella esce imbracata per poter passare dallo stretto pertugio che si è creato fra due travi portanti che si sono accavallate e dalle quali sono penetrati, calando una scala, un vigile del fuoco e un medico è un’esplosione di gioia. «Ce n’erano altre con me. Una è viva», dice Mariella ai vigili del fuoco con un filo di voce. Si torna a scavare per trovare Matilde Doronzo (33 anni), Antonella Zaza (36 anni), Giovanna Sardaro (30 anni), Pina Ceci (37 anni). E non si riesce a sapere se ci siano ancora altre ragazze. Nessuno sa quante erano effettivamente quelle che lavoravano nella maglieria. Qualcuno sospetta che ve ne fosse qualcuna in nero.
Arriva il capogruppo alla regione del Pdl, Rocco Palese: «È come il crollo a Castro quattro anni fa. Il tufo crolla lentamente e prima avvisa». Avvisi rimasti inascoltati. C’è il presidente del Consiglio regionale, Onofrio Introna e c’è il presidente della Provincia, Francesco Ventola. Abbraccia Tobia Antonucci che con gli occhi fuori dalle orbite gli dice: «Dove sta Maffei? Dove sta il sindaco? È meglio che non si è fatto vedere. Meglio che non ci viene qua. I tecnici suoi hanno detto che era tutto a posto». Maffei era a Torino per impegni istituzionali, è tornato di corsa ma è arrivato in via Roma solo a tarda ora. Sono le dieci della sera e un lungo applauso saluta l’uscita dallo stretto pertugio fra le macerie di Matilde Doronzo. È viva, ma non ce la fa, muore in ospedale. Poco dopo tirano su, morta, un’altra donna. Si continua a lavorare per cercare gli ultimi corpi. Vivi o morti che siano.
BARLETTA — «Ho sentito le vibrazioni, qualcosa che crollava. Ho cominciato a scendere le scale, ma poi tutto mi è finito addosso». Quasi non riesce a parlare Emanuela Antonucci, 31 anni, segretaria di uno studio medico di Barletta, incinta al quinto mese e liberata dalle macerie intorno all’una. E’ in ospedale, ricoverata nel reparto di Ostetricia del «Dimiccoli», dove una cosa l’hanno capita subito: né lei né il suo bambino sono in pericolo. Ha però una probabile frattura alla mandibola, ma i medici hanno evitato di compiere accertamenti radiologici proprio per via della gravidanza. Li hanno fatti al piede e al polso, le cui lesioni non destano preoccupazioni.
Con lei ieri in ospedale c’era tutta la famiglia, che viveva nello stesso stabile: al secondo piano, Manuela e suo marito stavano in un monolocale accanto all’appartamento dei genitori della donna. Il marito, Emanuele Lanotte, parla per tutti. E dice subito che ad Emanuela ha nascosto la verità su tutte le altre persone rimaste intrappolate e morte. E non ha alcun dubbio su cosa fare: «Chiederò le dimissioni in massa del sindaco e della giunta, che hanno portato allo sfascio questa città consentendo alla mafia dell’edilizia di espandersi. Anche perché – aggiunge – i responsabili dell’azienda incaricata dei lavori al palazzo, la Giannini, sono imparentati con la moglie del sindaco». Nonostante la disperazione, Emanuele sembra lucido. Anche perché lui, di quelle crepe ne aveva abbastanza. «Erano venuti venerdì a fare un sopralluogo dal Comune, insieme ai vigili del fuoco e ai vigili urbani», racconta. «Aspettavamo un’ordinanza, qualcosa che attestasse lo stato dell’immobile. Stamattina avevo sentito Manuela, mi aveva detto che sentiva delle vibrazioni. E anche mia suocera. Allora ho deciso di chiamare l’avvocato, perché intervenisse. Poi – continua – ho provato a richiamare mia moglie, ma non mi rispondeva. Sono stato chiamato dai carabinieri. A quel punto sono corso con mio suocero lì a casa».
Anche il padre di Emanuela, Gennaro (che lavora con Emanuele alla Ipasud, grosso centro di distribuzione alimentare), è un fiume in piena di accuse. Accuse contro chi stava facendo i lavori. Lancia accuse anche il fratello di Emanuela, Tobia, che non viveva nello stabile di via Mura Spirito Santo. Per strada, già ieri mattina, Tobia Antonucci ha lanciato accuse pesanti. E ha già contattato un legale per presentare denunce precise contro quelli che lui ritiene i responsabili: l’azienda che stava facendo i lavori e alcuni dirigenti comunali. In ospedale c’è anche la madre di Emanuela, Antonia Vitrani, che al momento del crollo era lì in quel palazzo, nell’appartamento accanto. Ha qualche contusione, ma sta bene, ricoverata al reparto di Chirurgia. L’unica cosa che ripete, nonostante le rassicurazioni che le hanno dato parenti e amici, è cosa succederà a sua figlia. «Non mi importa di quello che è successo a me, l’importante è che Manuela stia bene perché ha un bimbo nella sua pancia».
Nello stesso ospedale ci sono Addolorata Sfregola, che gira su una sedia a rotelle per alcune lesioni al piede, e Nicola Bizzoca, che vivevano al primo piano. Il figlio della signora Sfregola, Giuseppe Vitrani (che è anche il nipote della signora Antonia Vitrani e quindi il cugino di Emanuela), stamattina aveva sentito anche lui la madre e non aveva avuto dubbi sul da farsi. «Sono andato dai carabinieri per presentare una denuncia per quelle crepe», dice il ragazzo, 26 anni. Tutti, tranne Emanuela Antonucci, sono riusciti a scendere con le loro gambe da quel palazzo.

BARLETTA — Disastro colposo e omicidio colposo plurimo. Sono le ipotesi di reato, per ora a carico di ignoti, del fascicolo aperto dal procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, e dal sostituto di turno, Giuseppe Maralfa. Ma l’iscrizione degli indagati dovrebbe essere solo questione di ore.
L’attenzione è tutta puntata su quelle crepe apparse sulle pareti del palazzo di via Mura Spirito Santo, venuto giù ieri mattina in pochi minuti. Ma anche sul sopralluogo che vigili del fuoco, vigili urbani e un tecnico di palazzo di città hanno fatto venerdì mattina, su sollecitazione degli abitanti del palazzo.
Gli accertamenti
Ci sarebbero state crepe visibili da tempo, ma che erano aumentate nelle ultime settimane. I residenti hanno preteso quella visita, ma avevano già interpellato un loro perito di parte (insieme a un legale) perché valutasse i danni arrecati all’edificio dai lavori in corso proprio nella zona accanto. Per questo il fulcro del fascicolo è legato alla documentazione depositata in Comune e propedeutica alla realizzazione di un nuovo palazzo, che sarebbe sorto accanto all’edificio crollato ieri ai civici 60 e 62 di via Mura Spirito Santo e di fianco a un altro palazzo già puntellato e abbandonato. Carabinieri e polizia, in particolare, sono stati incaricati dal procuratore di acquisire tutta la documentazione depositata negli uffici tecnici comunali. Qui sono stati ieri pomeriggio gli stessi magistrati, che avrebbero già parlato con i responsabili dell’ufficio tecnico.
Sul posto
I due magistrati sono arrivati sul luogo della tragedia ieri mattina, poco dopo il crollo, quando ormai era chiaro che quel crollo poteva trasformarsi in una strage. Hanno seguito le operazioni di recupero delle persone rimaste intrappolate tra le macerie, fino a tarda sera. E hanno, sia pure con difficoltà, incominciato a delegare le indagini.
La Guardia di finanza dovrà effettuare infatti gli accertamenti sull’azienda di confezioni, accertare la posizione contrattuale delle lavoratrici e verificare la regolarità della stessa attività che avveniva in massima parte al piano interrato.
Ieri, sul posto è stato anche il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, che ha tenuto anche un vertice con istituzioni locali e regionali, soccorritori ed esperti della Protezione civile.
Le decisioni
La Procura, intanto, ha disposto controlli a tappeto su tutti gli edifici per i quali sono arrivate segnalazioni di crepe o problemi statici. Le segnalazioni relative a stabili risalenti alla stessa epoca dell’edificio crollato, cioè gli anni ’60 e ’70 o anche prima, sono state diverse. E il procuratore Capristo ha promesso che nessuna di questa sarà trascurata. Come, forse, sarebbe stata quella dell’edificio crollato.
Al sopralluogo di venerdì scorso non avevano fatto seguito provvedimenti. Forse, la situazione sarebbe stata presa addirittura sottogamba. Di certo, venerdì mattina, quando tecnici e vigili urbani si sono recati nello stabile a compiere il sopralluogo, le ruspe erano al lavoro nell’area adiacente. Forse stavano eseguendo lavori di pulizia dell’area in questione, in vista dei lavori di edificazione del nuovo palazzo. A sentire le famiglie che abitavano i due piani dello stabile, lavori erano in corso ieri mattina. Prima hanno sentito le vibrazioni, poi tutto è crollato.
Carmen Carbonara e Lorena Saracino sul Corriere del Mezzogiorno

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