IL LIBRO. Dentro una vita è il racconto di 18 anni di “carcere duro”. Privazioni, violenze, abusi, torture psicologiche e fisiche inflitte in base alle regole del «41bis» (la legge che regolamenta il regime carcerario riservato a chi è accusato di reati di criminalità organizzata) raccontate dal “numero due” della Sacra corona unita pugliese, Vincenzo Stranieri.
La storia di un bullo di paese che diviene un boss: furti, rapine, sequestri di persona, attentati, rituali di affiliazione alla Camorra di Raffaele Cutolo poi alla Scu e infine alla Rosa dei venti. Poi, nel 1984, l’arresto. Tutta la sua vita criminale ricostruita da innumerevoli documenti processuali, verbali dei pentiti, rapporti investigativi, ricordi di chi lo ha conosciuto ma soprattutto attraverso un lungo memoriale scritto dallo stesso protagonista: lo sconvolgente e crudo racconto di una vita sbagliata che parte dai primi furti di “stereo8” dalle macchine sino alla sua attuale agonia di detenuto speciale.
Vincenzo Stranieri, detto «Stellina», non sta scontando ergastoli né condanne per omicidio. Nonostante tutto nessuno è in grado di dire quando tornerà libero.
Oggi Stranieri ha 49 anni, 32 li ha trascorsi carcere, gli ultimi 26 ininterrottamente 18 dei quali di carcere duro. L’ex boss è stanco. Non è un pentito, ma è certamente un uomo che sa di aver sbagliato: «Se mi si vuole dare una possibilità d’inserimento, dimostrerò che sono cambiato». Ma in Italia le cose vanno diversamente.
“Al di là della costituzionalità o meno, e della necessità o meno di prevedere nel nostro ordinamento un regime carcerario differenziato, la sua applicazione in concreto è comunque inaccettabile. Costringere una persona per diciotto anni di fila in una gabbia di vetro e cemento, con poca luce e poca aria, senza cure e senza affetti, senza diritti e senza speranza, e prevedere che da questo regime si possa uscire solo tramite il pentimento o la morte, è indegno in un Paese civile. Ed è incredibile che – eccetto i Radicali – tutti, a destra e a sinistra, siano allineati e coperti con questo regime di 41 bis, e che nessuno veda nell’applicazione di condizioni così inumane e degradanti di detenzione, innanzitutto, il degrado del nostro senso di umanità e la fine del nostro stato di Diritto” (dalla prefazione al volume di Sergio D’Elia, segretario dell’associazione Nessuno tocchi Caino).
L’AUTORE – Nazareno Dinoi, 52 anni, è giornalista e scrive di cronaca giudiziaria e nera per il Corriere del Mezzogiorno della Puglia. Ha scoperto, portandola alla ribalta nazionale, unʼoscura storia di violenze e abusi sui giovani detenuti del carcere minorile di Lecce da parte delle guardie carcerarie. Per quei fatti il Tribunale di Lecce sta ancora processando nove agenti di custodia. Vive a Manduria (Taranto) e collabora con diverse testate, anche nazionali. Ha scritto Anime senza nome (1999) e Kompagno di sogni (2003).






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ho cominciato a leggere il libro ma ancora non riesco a sentirmi vicina al recluso. penso invece che per le vittime possa essere un balsamo che lenisce le ferite sapere che oggi soffre colui che ha causato il dolore altrui.
@Grazia: Finalmente una xsona che ha avuto il coraggio di parlare sicuramente nn sono in 41 ma a bere in qualche bar…ciao Grazia
non riesco a trovare il libro ma dove in venditaaa fatemi sapere grazie
lo sanno tutti e solo che nessuno ha le palle per dirlo e la cosa che gli epiu facile fare e puntare il dito contro l unico capo espiatorio che i veri mafiosi del sistema hanno messo a disposizione e hanno pure il coraggio di mettersi a scrivere stupidi commenti sulle vittime quando non sanno nemmeno da dove caminciare . comunque vada la vera eroe di tutto sei stata tu si orgogliosa di te ed essere donna piu riempe di orgoglio sapere che ce gente che ancora sa cosa sia il coraggio
DOVE POSSO ACQUISTARE IL LIBRO?
Ogni giorno, la vita ci toglie qualcosa, qualcosa di bello e qualcosa di brutto ma a volte non toglie nulla e ci offre qualcosa, qualcosa di brutto e qualcosa di bello. Alla fine, la vita, ci avrà dato le stesse cose ma non le stesse opportunità.
Fernando M.
ma a vincenzo gli è mai stato chiesto come sarebbe stata la sua vita e quella della società senza la prigionia?….forse non tutti i mali vengono per nuocere sopratutto per lui visto che i suoi colleghi-amici molti sono morti sul posto di lavoro. Questo è il messaggio che bisognerebbe dare agli aspiranti iniziati:con il nostro lavoro è difficile morire di vecchiaia e non processare la giustizia.
Io ci sono andato a scuola con Vincenzo. Sicuramente aveva aspetti del carattere non condivisibili, ma se è colpevole lui lo è di più Mastro Antonio Buonanima che diceva che il suo ragazzo era uno a cui non la si fa, uno a cui non passa la mosca sotto al naso, uno che se la sa vedere, e intanto spingeva suo figlio verso un destino crudele. inoltre, nei miei confronti, aveva una delicatezza che nessuno aveva, tutti pronti a rinfacciarmi di essere figlio di un ubriacone, come se fosse per colpa mia. Spesso mi ha difeso, ma cercava da me che “tirassi fuori le palle”. Solo che io e lui avevamo una visione diversa di “tirare fuori le palle”.